La reinvenzione del silenzio – di Babsi Jones, un blog chiuso

[ Il pezzo è apparso a suo tempo nel 2007 sul blog di Basi Jones, non ricordo esattamente, forse, lo ha addirittura chiuso. L'ho conservato per due ragioni, la prima è affettiva, e riguarda questo mio commento, scritto dopo la lettura di questo post (e relativo libro, ovviamente), e la seconda è stata l'effetto di riflessività sulla moderazione della parola scritta e sull'ipercinesia dei grafomani moderni in ricerca continua di nuovi post e commenti.

Per quanto mi riguarda la parola, come ogni cosa di valore, poggia le sue basi nell'assenza, nella sua stessa mancanza, che altro poi non è se non il silenzio: solo quando è sostenuta dal vuoto può esaudirsi e prendere significato.

Diversamente utilizzata svela tutta la sua povertà di inutile gioco o chiacchiericcio senza meta, riempiendo il battito di immagini e melodie fuori tono.

Ringrazio chi ha scritto questo post, e, se involontariamente lo avessi offeso sono pronto a rimuovere tutto. I link nel testo sono gli orginali, alcuni non ci sono più, altri, forse, portano in luoghi diversi, non li ho volutamente sostituiti: a ogni cosa la sua storia.]

La reinvenzione del silenzio ~ Babsi Jones: un blog chiuso ~

“Ma che guerra combatti, tu?”
“La mia.”
da Sappiano le mie parole di sangue, Rizzoli 24/7, settembre 2007

La (re)invenzione del silenzio: post di commiato

In vita di Babsi Jones

In vita di Babsi Jones

Da settimane sono lontana dalla rete. Per ragioni di salute, soprattutto: banalmente, abito in un appartamento dove la connessione Internet non c’è, e sono poche le giornate in cui ho la voglia o le forze di alzarmi dal letto e raggiungerne una. In ogni caso, non mi pesa: questa “malattia” è arrivata nel momento giusto, nel momento in cui mi sono chiesta che senso avesse continuare a tenere un taccuino pubblico. Mi è costato uno sforzo non indifferente “tirare” fino all’uscita del romanzo, per costruirgli il sito che volevo che avesse: l’ho fatto per rispetto dei miei lettori e per rispetto delle persone che sul libro hanno lavorato con me. L’uscita del romanzo non è stata alla base della mia decisione di chiudere il blog: il senso di nausea e di inutilità è nato, in me, dopo questa “polemica”. Era il 19 marzo del 2007. Quel che è seguito è stato solo frutto di un sacrificio, il mio voler proseguire a fare qualcosa in cui non credevo più.
Mi sembra doveroso lasciare un ultimo post con alcune riflessioni conclusive. Nella recensione di “SLMPDS” che è uscita domenica su La Stampa, a firma di Andrea Cortellessa, leggo: “l’isteria di piccoli e grandi fan – nell’universo sempre molto su di giri dei lit-blog” e — indipendentemente dall’opinione di Cortellessa sul mio libro — mi trovo profondamente d’accordo: di isteria si tratta. Alcuni amici, di recente, mi hanno segnalato una delle tante querelle, questa: per intero ho soltanto letto, nei commenti, l’intervento di Wu Ming 1, e ho colto alcuni stralci di frasi qua e là. Non rispondo né alle lodi né ai linciaggi, perché non riconosco né i sostenitori né i detrattori come “interlocutori possibili”.
Proprio questo — come definirlo? Post, ché una stroncatura a una recensione non capita scritta per un libro non letto è al limite del surreale — mi offre lo spunto per questa mia ultima riflessione pubblica. Nei commenti, che sono come sempre una gara di tralignamento, qualcuno parla de “il prezzo che bisogna pagare” per aver scritto e pubblicato un romanzo. Prezzo che si declinerebbe in glorie e infamie, in lodi e insulti, in applausi e sputi. Così come è accaduto con l’informazione, che è degenerata in informazione-spettacolo (esiste persino un neologismo, infotainment, tanto il fenomeno è diffuso), così come è accaduto con la politica, che da un livello di confronto ideologico è scivolata nel cabaret più grossolano e, in casi estremi (ma estremi ancora per poco, temo) nel grand-guignol, tanto da legittimare come politiche le esternazioni grossolane e iperpopuliste di comici e di starlette, allo stesso modo si chiede (e non sono solo i lettori a chiederlo, ma è la stessa “industria culturale”) che anche la letteratura si pieghi ai dettami di questa perpetua Corrida; sicché, l’autore che pubblica non ha un… pubblico senziente che legge e apprezza o non apprezza in termini costruttivi, ma è piuttosto simile all’attaccante che si porta sul dischetto del rigore in uno stadio stracolmo di ominidi vocianti, che urleranno di giubilo e lo sbeffeggeranno. La letteratura, e l’arte in generale, ormai è — al pari dello sport, della politica, della religione e persino della scienza — assoggettata ai dettami delle tifoserie. Santificato e idolatrato, diffamato e vituperato, lo scrittore è ormai fine a se stesso, icona da incorniciare o calpestare nel fango; il testo è accessorio, persino superfluo, così come lo è la notizia in un sistema informativo unicamente teso a catturare l’attenzione dello spettatore, così come lo è la politica che, ripulita dalle ideologie e quindi dalle idee, finisce per mettersi in scena solo come pantomima.
In questo solenne casino, la differenza fra Internet e l’inguardabile e intollerabile “televisione moderna” a me sfugge. I meccanismi sono identici.
L’idea che pubblicare significhi “darsi in pasto” alle tifoserie non è nuova; la si enuncia nello (pseudo)lit-blog di cui sopra, ma pare condivisa dalla maggioranza. La maggioranza è quel che alimenta l’idea di democrazia. Tristemente mi viene da domandare se questa democrazia non sia, come ironizzava Mencken, solo “l’adorazione degli sciacalli da parte dei somari”. E chi, come me, rifiuta di essere sia sciacallo che somaro, finisce nella minoritaria categoria dei soggiogati, degli ammutoliti, dei perplessi, degli orfani di luogo e di tempo.

In aggiunta all’obbligatorio meccanismo idolatria/linciaggio che lo scrittore dovrebbe considerare naturale, si dichiara che colui il quale decide di pubblicare debba essere “così arrogante” da pensare che quel che ha scritto sia di interesse collettivo. Ora, io sono certa di non aver mai sviluppato quell’arroganza; quell’arroganza, se di arroganza si tratta, mi è stata in un certo senso “imposta” da chi, in questi anni, mi ha continuamente ripetuto che quel che io scrivevo era “importante”, che quel che io scrivevo “doveva essere letto”. Fra questi accaniti sostenitori ci sono scrittori, operatori culturali di varia natura, ci sono lettori comuni, c’è persino una collaboratrice del “cabaret satirico” sopraccitato. Le tifoserie, oltre a produrre inquinamento acustico in gran quantità, hanno anche la tendenza a essere interscambiabili: i sostenitori di A e detrattori di B domani si scambieranno i posti a sedere, sostenendo l’esatto contrario di quel che sostenevano ieri. Niente di nuovo sotto il sole, per me: la coerenza, in questi tempi, è superflua quanto lo è uno scendiletto. Per riprendere il filo, posso dire che no, l’arroganza prevista dal Regolamento della Nuova Democrazia io non l’ho mai posseduta; chi ha insistito e mi ha convinta a “rendermi pubblica”, su un blog e attraverso i racconti, e infine attraverso un romanzo, ha fatto leva sul mio (pernicioso?) senso del dovere. Tornando indietro una buona decina d’anni, sarei molto più qualunquista ed egoista, e terrei per me quel che scrivo e che ho scritto in anni di studi (della questione jugoslava, ad esempio). Sarà una verità triste e meschina, ma è la verità: io scrivo per me, per mio bisogno e per mia soddisfazione intima, e non mi pesa affatto l’idea di rinunciare al “pubblico”. Anzi. Ne “Il mestiere di vivere”, Cesare Pavese sostiene di aver “imparato a scrivere, non a vivere”: questi anni a me hanno invece insegnato (per quanto io potessi essere convinta del contrario) a vivere, e a vivere senza essere “scrittore”. Si vive meglio e, per quanto io resti l’unico lettore delle mie pagine, posso dire serenamente che si scrive meglio, quando si scrive lontani dai rumori del circo equestre.

In vita di Babsi Jones, G. Genna

Il fatto è che io sono a tutti gli effetti un “caso particolare”, e che il problema (io lo vedo come un problema, suppongo sia una visione molto personale) è altrove. Da Mario De Santis, con il quale ho avuto il piacere di chiacchierare la sera della presentazione del mio romanzo, apprendo che in Italia ci sono 58 milioni di abitanti e si pubblicano 55mila libri l’anno. Ogni cittadino italiano, neonati e ultracentenari compresi, è potenziale lettore di 1054 testi ogni dodici mesi. Questa cifra, di per sé, ci restituisce tutta l’assurdità del meccanismo editoriale del nostro (brutto) Paese, e non basta. Ai 55mila libri pubblicati ogni anno, di diritto vanno aggiunte le cosiddette “pubblicazioni dal basso”, ovvero i blog, i siti personali, i wiki, che — lungi dall’essere quel fenomeno marginale che alcuni credevano essere — raggiungono ormai cifre da capogiro: se non erro, 300mila blog soltanto su una piattaforma delle moltissime disponibili. Anche operando una selezione, e tenendo conto solo dei blog e dei wiki aggiornati con una certa frequenza, siamo ormai nell’ordine delle decine di migliaia di post quotidiani (e mi riferisco, ovviamente, solo ai post in lingua italiana). Io ho cominciato a chiedermi che senso avesse tutto questo quando mi sono resa conto che, per leggere soltanto i blog che mi sembravano interessanti, avrei avuto bisogno di quattro, cinque ore libere ogni giorno. A me sembra abbastanza palese che qualcosa nel meccanismo (sociale, innanzitutto) si sia irrimediabilmente guastato, che sia avvenuto un corto circuito di stampo warholiano: i famosi quindici minuti di fama che spetterebbero a ognuno si sono trasformati in 15 volumi di scrittura. Nel momento in cui esistono più scrittori che lettori è evidente che il senso della letteratura, della narrazione e dell’affabulazione va perduto, per lo meno il senso che io credevo avesse. Ognuno affabula di sé e per sé, ognuno compila il suo proprio manuale di etica e di filosofia; quello che Sartre auspicava come “progresso”, ovvero che ognuno diventasse, infine, “intellettuale di se stesso”, è accaduto: io non lo considererei un progresso, però. Anche ammettendo che davvero ognuno di noi abbia la capacità di pensiero e di affabulazione che ebbe Sartre (e mi pare abbastanza palese che non sia così; il 99% di questo Scrivere-In-Pubblico è regolato da un pressappochismo delirante, pressappochismo che è ben accetto e incoraggiato perché livella tutto al punto più basso; per cui, per scrivere della letteratura francese dell’800 non sarà più necessario compiere lunghi e faticosi studi; basterà dichiarare che si tratta di una letteratura “bellissima” o di una letteratura “mortalmente noiosa” per venir considerati dei critici arguti; il meccanismo non si distingue da quello che ha prodotto i tuttologi che hanno ammorbato le nostre televisioni fino a renderle inguardabili) resta il problema di come gestire un horror pleni nel quale nessuno di noi ha più tempo né energie per fermarsi su un’idea, su una creazione e renderla patrimonio collettivo. Ognuno urla la propria idea, ognuno declama la propria fabula, e la cacofonia che otteniamo è quella che ci ostiniamo a chiamare “democrazia”. Mi si dirà: questo è a tutti gli effetti il Nuovo Mondo Democratico. Posto che avrei qualcosa da obiettare (questo privilegio di pubblicazione e di esposizione del sé è limitato a un quinto del pianeta; i rimanenti quattro quinti sono, per nostra indiscutibile responsabilità, incastrati in un muto e mortale medioevo, dove le priorità sono la sopravvivenza e il riscatto dalla schiavitù), se davvero fosse questo, il Nuovo Mondo Democratico, io lo troverei aberrante. Lo trovo aberrante, e nel concreto non vedo via d’uscita che non sia quella di abbandonare questo “primo mondo” e di andare a cercare altrove un senso, un altro modo, un altro tempo. Per questa ragione faccio una scelta che ad alcuni potrà sembrare paradossale (non appare paradossale a chi si è degnato di parlare con me, come ha fatto Christian Raimo che apre questa intervista cogliendo appieno il senso di SLMPDS), ma che è, a mio modesto modo di vedere, l’unica scelta dignitosa che ci resta: smetto, almeno io, di alimentare questo horror pleni, e ascolto la voce di Heiner Müller che chiede di lavorare alacremente per l’invenzione, o la re-invenzione, del silenzio.

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Babsi Jones | 22.Ott.2007 in: Senza categoria | Commenti chiusi |

Underworld, Epilogo

” Il capitale elimina le sfumature di una cultura. Investimenti esteri, mercati globali, acquisizioni societarie, il flusso di informazioni transnazionali, l’influenza attenuante del denaro elettronico e del sesso virtuale, denaro mai passato di mano e sesso sicuro al computer, la convergenza del desiderio dei consumatori – non che la gente voglia le stesse cose, necessariamente, ma vuole la stessa gamma di possibilità di scelta. [...] Il sistema finge di adeguarsi, di farsi più flessibile e intraprendente, meno dipendente da categorie rigide. Ma man mano che il desiderio tende a differenziarsi, facendosi intimo e suadente, la forza dei mercati convergenti produce un capitale istantaneo che schizza via attraverso gli orizzonti alla velocità della luce, puntando ad una certa uniformità furtiva, ad un appiattimento di particolari che interessa ogni cosa, dall’architettura al tempo libero, al modo di mangiare, dormire e sognare. “

Da Underworld, di Don DeLillo trad di Delfina Vezzoli

Isec, il racconto sull’antologia

Il testo che segue è il risultato del laboratorio “I documenti raccontano” del 2010, edito in un colletaneo a fine corso. Il racconto si infila nei vuoti fra carteggi e denunce avvenuti per alcuni anni principalmente fra prefettura e vescovado nei riguardi di tal Isabella Ambrosi, levatrice di Borghetto (Lodi), avvenuti tra il 1843 e il 1844. Tutto la narrazione gioca a riempire e a colare nei vuoti lasciati dai documenti originali depositati presso l’Archivio di Stato di Lodi: le parole fedeli ai documenti originali sono riportate in corsivo nel testo.

Isabella Ambrosi, Luglio 1844 [.pdf]

Favola delle biglie colorate

[Pubblicato su yaduende.com]
Lo so, quello che chiedo non è semplice, ma proviamo a sforzarci.
Proviamo ad immaginare con tutta la tua forza quello sto raccontando, potrebbe essere molto importante.
Se ti è difficile immaginare non preoccuparti, devi ricordarti solo della fantasia: poi potrai immaginare di tutto!
Immagina una grandissima rete. È immensa, ma puoi vederne distintamente i limiti anche se sai che sono lontanissimi. Una rete come tutte la altre, fatta di fili intrecciati che si intrecciano l’uno con l’altro.
Questa rete è sospesa nel vuoto. Attorno a lei non c’è nulla. Galleggia nel vuoto e si dirige verso nord. Sì, tutta la rete naviga verso nord. Tutti questi bei fili intrecciati viaggiano tutti verso nord.
Ora la stai guardando da molto lontano e tutto ti sembra perfettamente al suo posto, tanto che dubiti che si muova davvero.
Ma in realtà va verso nord.
Tutto è perfezione, calmo, tranquillo, una vista bella rilassante, non un filo di vento scuote la rete che punta sempre verso nord.
Ora succede una cosa strana, avvicinandoti per controllare meglio com’è fatta, continui a sentirne perfettamente i confini, nonostante non tu non riesca più a vederli.
La guardi attentamente e scopri che non è una rete proprio qualunque. In essa i nodi sono infiniti e per quanto tu riesca di vederne di piccoli ce ne sono ancora di più minuscoli. Ma non ti importa più di tanto, non cattura la tua attenzione. Noti invece che sulla sommità di alcuni nodi vi sono delle biglie colorate. E gli infiniti nodi poi si riaprono al loro interno.
Non puoi sapere esattamente di quante biglie si tratti, eppure sai che ognuna ha un colore diverso dalle altre. Nonostante le biglie siano tante ognuna ha un colore diverso dalle altre. E in più ruotano su sé stesse.
E perché, non possono farlo?
Ruotano tutte verso nord, nessuna esclusa. Sembra essere l’unica direzione che conoscano. Affascinato ti fermi per un attimo a guardarle e le osservi sempre più attentamente.
È qualcosa di unico, qualcosa di strabiliante. Che bello se tutti potessero vederlo! Invece solo tu stai contemplando questo spettacolo magnifico.
Ti avvicini sempre di più e noti un’altra cosa: ogni tanto qualche biglia scompare.
Sì, si dissolve, i suoi nodi vengono inglobati dalle altre biglie e così tutto continua all’infinito. Scopri che la rete è tutt’altro che ferma e, anzi c’è un continuo ricambio di biglie. Ad ogni biglia che scompare ne subentra un’altra, di diverso colore e con diversi nodi al suo interno.
A guardare bene c’è un grande movimento.
Forse sono proprio i nodi a creare tutti i colori di questa rete immensa. Ad ogni combinazione di nodi corrisponde un colore diverso e, visto che gli intrecci sono infiniti, anche i colori saranno infiniti.
Un dipinto fatto di biglie colorate che si creano e che si distruggono all’infinito. Eppure è tutto così spontaneo che non sembrano esserci problemi.
Tutto, intanto, si muove tranquillamente verso nord.
Ma, che cosa succede?
Alcune palline iniziano a girare verso est. Prima sono poche, poi iniziano ad aumentare e tutte tirano verso est. Ora crederete che anche la rete prenda ad andare verso est.
Invece la rete va sempre verso nord.
Impossibile? Chi l’ha detto?
Vedete, le palline tirano, tirano sempre verso est, e sono convinte di andarci. Ma cosa può importare visto che la rete va verso nord?
Ammiri queste biglie che contro ogni apparenza danno tutte se stesse per portare la rete verso est, le guardi mentre sudano impiegando le loro energie per tirare tutta quell’immensa maglia. Ma dopo tutto sembra essere fatica sprecata, infatti per quanto siano convinte di andare verso est continuano, inesorabilmente, ad andare verso nord.
Passa un po’ di tempo e inizi a pensare che non valga la pena di spostare tutto, visto che tutto corre già da sé. Forse le simpatiche biglie farebbero bene ad andare tutte nella stessa direzione e girare tranquille invece di affannarsi tanto.
Non sei d’accordo?
Allora fiducioso ti avvicini ancora di più e scopri che altre biglie si sono unite a quelle che già tiravano verso est. Ora sono diventate un nutrito gruppo, tutte tirano verso est chi, con più, chi con meno energia.
Ma tutte continuano a viaggiare inesorabilmente verso nord.
Ad un tratto con tuo enorme stupore un altro gruppo di biglie inizia a tirare verso ovest e come impazzite una minoranza verso sud.
Ora la rete è in tensione in tutte le direzioni. Ti allontani per osservarla meglio e vedere che fine ha fatto l’armoniosità di un tempo. La scoperta direi che è strabiliante: nonostante tutto si viaggia verso nord.
Non il più piccolo cambiamento di direzione, non la più piccola incertezza nella trama, non il più piccolo rallentamento. Tutto sembra rimanere immutato.
O forse, non tutto.
Le biglie, tirando, sono riuscite a smagliare gli infiniti nodi nella rete, che ora non è più tanto simmetrica. Sembra essersi un po’ allentata da una parte e un po’ tirata dall’altra, nonostante continui a viaggiare verso nord.
Una certa spiacevole sensazione, quasi malinconica, ti blocca a guardare quello che sta succedendo.
Le biglie continuano imperterrite a scomparire una dietro l’altra, come se niente fosse.
Altre, un po’ dappertutto in questo immenso quadro, continuano ad andare verso nord. Non importa dove sono, non importa di che colore sono, non importa a che velocità vanno, non importa le vicine da che parte tirino, loro vanno verso nord. E poi, si dissolvono, come tutte le altre. Talvolta anche quelle vicine iniziano timidamente a diminuire la loro andatura e a prendere il nord, ritrovandosi così in armonia con quel poco che rimane della rete.
E poi, scompaiono.
E ora, prima di scomparire come tutte le altre, capisci che qualcosa ti è sfuggito, anche se non sai dire di preciso cosa, e che in più, una brezza proveniente da nord, ti disturba.

Favola dell’amor perduto

[Pubblicato su Yaduende]

C’era una volta.

Tutte le favole iniziano con c’era una volta.

C’era una volta questo.

C’era una volta quello.

Nel mio c’era una volta c’era una bambina.

Questa bambina aveva nella mano un grosso pezzo di ghiaccio.

E nel cuore tantissimo Amore.

Un giorno, di soppiatto, le si avvicina un ometto dalle orecchie a punta.

“Ciao bella Signorina” le dice.

“Ciao Signore!” gli risponde la bimba.

Distrattamente l’uomo le chiede:

“Che cosa hai lì, nel tuo cuore?”

La bimba risponde sicura:

“Amore!”

“Certo, certo” risponde lui “e lì, nella mano che cos’hai?”

La bimba risponde altrettanto sicura:

“Ghiaccio!“

Borbottando l’omino con le orecchie a punta se ne va.

Dopo qualche tempo l’omino ritorna.

“Buongiorno bella bimba”

“Buongiorno Signore!”

Girando su sé stesso l’omino ricomincia a domandare:

“Dimmi cara, hai ancora amore lì, nel tuo cuore?”

“Sì! Ho ancora Amore nel mio cuore!”

“Certo, certo, e dimmi, hai ancora ghiaccio lì, nella tua mano?”

“Sì! Ho ancora Ghiaccio nella mia mano!”

“E come fai a sapere che sono lì?

“Li sento! Sono lì!” risponde lei prontamente.

“Certo, certo, sono lì. Scusami cara.” le dice l’omino volgendole le spalle e andandosene con fare pensieroso, mentre la bimba rimane un poco turbata, con tanto Amore nel cuore e un Ghiaccio enorme nella mano.

Passato qualche tempo la bimba scorge in lontananza l’omino tornare con un sorriso furbo in volto.

“Buonasera bella bimba!”

“Buonasera Signore…”

“Dimmi cara, hai ancora amore lì, nel tuo cuore?

“Sì, ho ancora Amore nel mio cuore…”

“Certo, certo, e dimmi, hai ancora ghiaccio lì, nella tua mano?”

“Sì, ho ancora Ghiaccio nella mia mano…”

“E come fai a saper che sono lì?”

“Perché li sento…”

“Bene!” risponde con un ghigno compiaciuto l’omino, drizzandosi sulla punta dei minuscoli piedini “e allora, se sei certa che sono lì, non ti dispiace, vero, dirmi quanto è freddo il tuo ghiaccio?”

“Beh, è freddo, è molto freddo!”

“Capisco. E sapresti dirmi quanto è caldo il tuo amore?”

“Beh, è caldo, è molto caldo!”

“Se sei davvero sicura che nelle tue mani ci del ghiaccio, dovresti sapermi dire anche quanto è freddo!”

“Non so. Non so quanto sia freddo. So solo che è freddo…” gli risponde sconsolata la bimba rigirandosi il ghiaccio tra le mani, che povere, non possono rispondere a quella domanda. Loro sanno solo che il freddo è freddo!

“Capisco. Se sei davvero sicura che nel tuo cuore ci dell’amore, dovresti sapermi dire almeno quanto è caldo!”

“Non so. Non so quanto sia caldo. So solo che è caldo…” gli risponde dolorosamente la bimba, pensando al battito del suo cuore, che povero, non può rispondere a quella domanda. Lui sa solo che il caldo è caldo!

“Va bene, anche se non sai rispondere a queste domande, che pure sono basilari, te ne farò delle altre” recita l’omino con le orecchie a punta in tono molto, ma molto serio.

“Dimmi allora, quanto è grande quella cosa che hai nella mano?”

“Non so. So solo che è molto grande, più grande di qualunque altra cosa che io abbia mai tenuto in mano…” risponde, guardando alle sue mani, che non sanno darle risposta.

“Capisco. Dimmi allora, quanto è grande quella cosa che hai nel cuore?”

“Non so. Non so quanto sia grande, so solo che è la cosa più grande che sia mai stata nel mio cuore…” risponde, pensando al suo cuore, che non sa darle risposta.

“Non hai saputo rispondere a nessuna delle domande che ti ho fatto, neanche a queste! La situazione è gravissima!” urla l’omino, carezzandosi freneticamente il mento.

“Prova almeno a rispondere a queste: sai dirmi quanto durerà il ghiaccio prima di tornare a essere acqua?”

“No, non te lo so dire…”

“E quanto durerà il suo freddo?”

“Anche questo no, non te lo so dire…” dice la bimba, sempre più triste.

“E sai dirmi almeno quanto durerà il tuo amore, prima di consumare tutto il tuo cuore?”

“No, non te lo so dire…”

“E quanto durerà il suo calore?”

“Anche questo no, non te lo so dire…” dice la bimba, sempre più triste.

“Bene!” conclude malevolo l’omino, tornato a lisciarsi morbidamente la barba “Dici di sapere che cosa tieni in mano, ma non ne conosci né la forza, né la forma, né la durata. Dici di sapere che cosa tieni nel cuore, ma non ne conosci né la forza, né la forma, né la durata. Come puoi allora essere sicura che hai ancora ghiaccio nella mano e amore nel cuore? Come puoi sapere che sono davvero quelli che credi se non sai nulla di loro?”

La bimba viene presa dal silenzio, che la avvolge come una piccola nube di dolore. Smette per un attimo di sentire il suo Ghiaccio. Smette per un attimo di sentire il suo Amore. Prende a sentire la sua mano. Prende a sentire il suo cuore. Li interroga, e li interroga di domande a cui non sanno rispondere: “Ma quanto? Come? Fino a quando?” mentre lei stizzita e confusa si guarda le mani e ripensa al suo cuore.

Rimane immobile, senza più nemmeno riconoscere il significato delle domande che si pone. Guarda ancora un attimo sconsolata l’omino e gli risponde:

“Già. Non credo di sapere cosa c’è nelle mie mani. Non credo di sapere cosa c’è nel mio cuore.”

L’omino liscia la barba, gira sui tacchi e scompare, ridendo.

La bimba rimane in piedi, il cuore schiva il suo Amore e la mano lascia sciogliere il suo Ghiaccio, non sapendo più che cosa pensare.

E intanto il ghiaccio si scioglie, diventa acqua, che cade giù, nell’ombra, mentre là sotto, qualcuno si bagna.

Favola della Geometria del Saggio

[Pubblicato su yaduende.it]

In un paese lontano abitava un grande geometra, il più grande geometra di tutti i tempi. Aveva disegnato tutte le meraviglie esistenti sulla faccia della terra. Altri poi col sudore della loro fronte le avevano costruite e rese immortali. Era un omone alto, con una lunga barba e le mani da contadino sempre intrecciate o dentro la barba o nella lunga veste scura. Si aggirava sempre con aria greve per i castelli e le città che aveva disegnato. Tutti lo riverivano e lo trattavano con rispetto, al suo passaggio erano sempre gran saluti ed inchini, tutti avrebbero voluto avere il suo sguardo, il suo occhio, la sua abilità nel disegnare e nell’intuire tutti i giochi di archi, contrafforti, colonnati che si opponevano alla caduta verso terra, ergendo impressionanti e magnifiche architettura di roccia verso il cielo.

Egli in un primo momento fu soddisfatto del suo lavoro, ma un giorno alzo la testa al cielo ed esclamò: “Guardate quanto è grande questo cielo! Quanto è possente la sua volta! O Signore misericordioso, quanto deve essere immenso il palinsesto che lo regge!”

Stufo delle vecchie bazzecole iniziò allora a dedicarsi allo studio delle sue carte e di quelle altrui. Cercava tutte le possibili combinazioni di poliedriche per riuscire a descrivere le traiettorie, i rapporti costanti dei cieli, i suoi movimenti, le sue evoluzioni, tutte le meravigliose impalcature che vi si nascondevano orgogliose.

Il popolo narra che egli sia rimasto solo nella sua torre senza né bere né mangiare per ben tre anni, visitato solo dal bibliotecario di corte che ad ogni visita portava grossi libri e riceveva nuovi obblighi. Il popolo, e la corte del Re, Re compreso, iniziarono a pensare che il Gran Geometra fosse totalmente impazzito, e che avesse deciso di suicidarsi tra i libri nella sua torre. Così un giorno, presi a raduno gli studiosi e qualche guardia di scorta il Re decise di salire a controllare la torre.

Narra ancora il popolo che quando il Re con la sua scorta arrivò in cima alle scale si trovò davanti a sé il Gran Geometra in tutta la sua fierezza, perfino un po’ ingrassato che con lo sguardo greve disse: ”Sua maestà, saggi e cortigiani di ogni specie, oggi, dopo anni di studio e di digiuno, ho risolto il problema che mi ero proposto. Nel mio studio vi è una carta grande come tre Sale Del Trono, dove trovano posto tutti i palinsesti dell’universo, dove ogni stella ha trovato finalmente la sua luce, dove ogni più piccolo granello di polvere esistente nella volta celeste può essere scovato e studiato. Io la consegno a voi, mio Re! Fate in modo che studiosi venuti da ogni dove possano consultarla, e che tutti possano trarne vantaggio. Ma ora scusatemi, sento il bisogno di riposare dopo tutta questa fatica.” Il Re e gli studiosi che erano con lui entrarono nella sala del trono e vi videro una pergamena arrotolata così grande e così pesante che per trasportarla dovettero chiamare altre dieci guardie.

Dopo che l’ebbero presa su indicazione del Grande Geometra vi costruirono attorno un gran padiglione dove tenerla tutta srotolata per poterla meglio consultare. Da tutto il mondo conosciuto arrivarono studiosi per conoscere questa meravigliosa opera e il suo geniali compilatore, il Gran Geometra.

Successe però contemporaneamente un altro fatto. Dato che i pellegrinaggi degli studiosi erano sempre più frequenti e la notizia si iniziava a spargere per l’intero mondo, altri regni, invidiosi della sapienza del Gran Geometra dissero che egli era un infedele, perché egli sulla sua pergamena non aveva disegnato il Buon Dio, Signore del Cielo e della Terra, e che dunque sembrava volesse dire che Egli, il Sommo e l’Altissimo, non esistesse, che quel semplice orologio potesse girare anche senza Dio, onnipotente e perfettissimo, e che quindi Dio, l’essere perfettissimo diveniva perfettamente inutile! Venne quindi tracciato di ateismo, peccato imperdonabile in quel tempo, lui, tutta la corte ed il Re stesso.

Invano servirono le sue repliche, che vi era un deus ex machina, che l’architetto di quella magnifica opera non poteva essere incastrato da qualche parte nella macchina stessa, non servirono a niente neanche tutta la sua devozione e il suo fervore nelle preghiere sia pubbliche che private.

Così un bel giorno il Re ricevette una missiva inviatagli dai nemici del Gran Geometra dove venivano accusati di essere blasfemi, di adorare il Diavolo e che dunque gli sarebbe stata mossa una Sacra e Giusta Guerra se non si fossero al più presto convertiti e non avessero al più presto espiato pubblicamente il loro peccato distruggendo la profana pergamena.

Il Re, che era uomo saggio e voleva evitare la guerra, dopo qualche ora di consiglio con suoi capi militari e gli ambasciatori dei suoi nemici, decise che lui non era affatto un infedele e che gli adoratori di Satana erano i suoi vicini e che pertanto erano da purificare attraverso una Sacra e Giusta Guerra.

Andò dal Gran Geometra e lo rassicurò: lui e la sua saggezza non avrebbero avuto nulla da temere, sarebbero stati difesi a spada tratta dai cani infedeli e superbi. Da parte sua il Gran Geometra non poté certo dirsi felice di quella situazione: aveva scatenato addirittura una Sacra e Giusta Guerra! Pensieroso si ritirò alla sua torre, meditando che forse il mistero più grande dell’universo non era affatto la volta celeste, ma l’uomo.

Nei giorni seguenti servi della gleba, nobili, mezzadri, vassalli, valvassori e cose simili vennero tutti mobilitati per la preparazione della Sacra e Giusta Guerra. Vi era un gran fermento, chi tentava di scappare veniva seduta stante processato, condannato e scuoiato, chi rimaneva veniva intruppato, armato e addestrato, pronto ad esser scuoiato più tardi. La guerra in realtà non durò poi molto. In capo a qualche mese il castello fu messo sotto assedio dai nemici. Dalla torre il Gran Geometra poteva vedere tutto quello che succedeva: uomini fritti dall’olio bollente, altri che vedevano esplodersi la testa contro macigni enormi, donne e bambini passati a fil di spada, eccetera, eccetera, eccetera, solo che il Gran Geometra aveva sempre sentito parlare di tali cose, ma mai ne aveva viste. Ne rimase molto turbato.

Dato che entrambi gli eserciti erano piuttosto malconci, e gli assediati non potevano resistere per molto, e gli assedianti non sarebbero mai riusciti ad espugnare il castello, si decise di sottoscrivere un trattato.

Nella sala del Trono si riunirono tutti i capi dell’uno e dell’altro esercito. Erano dell’opinione che questa Sacra e Giusta Guerra si stava facendo piuttosto logorante. Gli assedianti allora dissero che la pergamena non era così profana e che sicuramente il saggio Re non era un adoratore del Diavolo. Ma come patto d’amicizia e prova di fedeltà volevano anche loro una copia della pergamena e una metà dell’originale, in modo tale da sancirne per sempre la sacralità. Il Re assediato, che oramai si era stufato di avere stranieri davanti alle porte, di udire urla laceranti e di dover bere solo acqua di pozzo perché era finito il vino, decretò che in effetti anche quel Grande Condottiero che aveva così fieramente dato battaglia non poteva essere un adoratore di Satana e che certamente non aveva bisogno di essere purificato. Sembrava giusto dare una copia della pergamena anche a loro, ma tagliarla a metà sarebbe stato un sacrilegio al lavoro svolto dal Gran Geometra, uomo tra i più saggi sulla Terra! Allora l’altro Sire, anch’egli stufo di vivere in mezzo al fango e di non poter più bere vino si accontentò di prenderne solo un quarto, quello riguardante le Stelle Fisse che a lui piacevano tanto, e di poter consultare personalmente il Gran Geometra per alcune costruzioni nel suo regno.

Il Gran Geometra e il suo Re acconsentirono, gli eserciti poterono tornare a casa e la Sacra e Giusta Guerra poté dirsi finita.

Nel palazzo si fecero due copie della grande pergamena e venne ritagliato il quarto dell’originale riguardante le stelle fisse da portare in gran pompa all’amico regnante. Il Gran Geometra era a dirigere i lavori e avrebbe accompagnato le stelle fisse nell’altro castello per suggellare il patto d’amicizia attraverso alcuni fondamentali consigli di architettura.

Passato qualche mese dedicato al lavoro di miniatura, la copia, il Gran Geometra, e il quarto di pergamena partirono alla volta dell’altra Corte per adempiere ai patti. Intanto popolo e Re pensavano che si erano allontanati per un po’ i guai, ma la cosa non parve molto gentile alle orecchie dell’inventore, che infatti se ne dipartì più mesto che mai.

Arrivato in gran pompa dall’altra Sua Maestà egli iniziò ad esercitare la sua Arte con pigrizia, in quanto i vicini sembravano essere molto arretrati.

Un giorno, però, parlando con i cortigiani, venne a sapere che su una di quelle alture in una piccola casa viveva un altro saggio, forse ancora più saggio di lui. Il Gran Geometra era molto curioso di potervi parlare, infatti da quando era iniziata la Sacra e Giusta Guerra egli studiava ad un nuovo e ben più importante proposito, quello di disegnare la geometria dell’uomo, delle sue azioni, dei suoi pensieri, delle influenze che il mondo ha su di lui e che lui ha sul mondo, un opera immensa ed inconcepibile, di cui però non riusciva a venire a capo. Avrebbe sentito volentieri il parere di un suo pari durante questo lungo e faticoso studio.

Così in un giorno di riposo decise di salire alla casa del saggio di quel regno. Si inerpico un po’ per la montagna e intravide la casupola.

Sulla porta vi era un uomo che guardava scorrere nuvole.

“Salve, io sono il Gran Geometra di Palazzo. Sto cercando il Saggio che vive su queste montagne, siete forse Voi?”

L’uomo lo guardò e rispose di sì. Iniziarono allora a parlare di un sacco di cose molto interessanti, ma anche molto dotte, del perché le nuvole assumono forme strane e divinatorie, del perché il rosso fosse rosso e non blu, di dov’è il vino migliore e di come e perché donne e schiavi possiedano inferiore facoltà deliberativa di uomo. Prendendo però il coraggio a due mani il Gran Geometra confidò il suo sogno segreto al Saggio, gli disse che desiderava tanto poter disegnare la geometria dell’uomo e di quanto lo circonda.

Il saggio sorrise e gli disse: ”Certo che ti posso aiutare. Porta qui domani una pergamena larga e lunga circa dieci pollici, una bacinella di inchiostro piuttosto grande. È tutto ciò di cui ho bisogno.”

Piuttosto concitato il Gran Geometra corse giù per la montagna e il mattino dopo torno con quello che gli aveva chiesto il Saggio. Lui prese la pergamena e la bacinella di inchiostro, entrò nella capanna e chiuse la porta per non farsi vedere. Ne usci qualche minuto dopo con un sorriso e disse al Gran Geometra di tornare dopo tre giorni.

E il Gran Geometra, piuttosto perplesso di fronte a tempi così brevi, si allontano dalla capanna.

Durante i tre giorni seguenti però egli torno a spiare il Saggio, per vedere come lavorava. Ma a qualunque ora salisse sul monte, in qualunque momento si presentasse per spiarlo il Saggio stava sempre davanti alla sua casina indaffarato con le sue erbe curative, i suoi funghi, oppure a contemplare la foresta.

Finalmente passati i tre giorni il Gran Geometra poté ritornare dal Saggio e chiedergli quale fosse stato il risultato del suo lavoro.

Il Saggio sorrise ed entrò nella casa. Ne uscì con la pergamena completamente imbevuta di inchiostro ormai seccatosi. Si avvicinò al Gran geometra gliela consegnò dicendo: ”Ecco, ho disegnato tutte le geometrie che il mondo, l’uomo e tutt’e due assieme possono disegnare nello spazio e nel tempo.”

“Ma come, rispose il Gran Sacerdote, questa pergamena non vi sono né disegni né geometrie! È solo imbevuta d’inchiostro!”

Il saggio lo guardò divertito e disse: “Volevi veder disegnate tutte le geometrie, dell’uomo e del mondo, ebbene, eccole lì disegnate. Ho imbevuto la pergamena di inchiostro, e per tre giorni l’ho fatta asciugare. Il disegno che vedi lì è per me la geometria dell’universo!”

Il Saggio salutò e disse che lo aspettava un pellegrinaggio più in alto, per andare a raccogliere certi funghi speciali, che crescevano solo sulla merda di vacca sotto la cima della montagna. E se ne andò.

Il Gran Geometra tornò molto perplesso alla corte del Re amico e poi ancora più perplesso alla corte del suo Re.

Ufficialmente disse che tutto era andato per il meglio e che il buon Dio benediceva loro e i loro nuovi alleati, ma tutti vedevano con crescente preoccupazione che il suo atteggiamento stava cambiando. Non lavorava più così alacremente all’inventare, al progettare e al dirigere nuovi lavori, non si interessava più tanto della geometria del cielo, solo ogni tanto correggeva o modificava la sua Sacra Pergamena, anche se le modifiche restavano sempre segrete, perché, come diceva il Secondogenito della Stirpe Reale oggi Re, dopo la disgrazia della morte di suo Padre e di suo Fratello Primogenito in una battuta di caccia, era meglio non fidarsi di cani infedeli e superbi quali erano i loro vicini.

Un giorno purtroppo il Gran Geometra, mentre scendeva le scale, data l’età e la vista che sempre più si appannava, inciampò in un gradino e cadde ruzzoloni giù per le scale della sua torre, dove da qualche tempo tornava a studiare le sue carte. Anche se tutti i migliori medici e alchimisti tentarono di curarlo dalla mala caduta, egli non si riebbe e in poche ore lasciò il Re e il suo Reame.

In onore della sua morte venne indetta una giornata solenne di lutto seguita da una di festeggiamenti. Fu invitato anche il Figlio del precedente Re alleato, oggi Reggente a causa di una gravissima malattia di origine sconosciuta del Padre.

Vi furono grandi pianti e grandi feste, fino a che il Re Reggente ed ospitato non si accorse che la sacra pergamena era diventata blasfema, in quanto diversa dalla sua e dato questo, il Re suo vicino doveva essere diventato per forza un adoratore del Diavolo.

Il Secondogenito, per niente di buon umore iniziò a non tollerare e a parlare di Sacra e Giusta Guerra per purificare gli infedeli.

Ma dato che non sempre è occasione per una Sacra e Giusta Guerra, specialmente quando si mangia a casa del nemico, il Reggente decise che la pergamena sarebbe tornata ad essere Sacra ed Inviolata non appena si fossero divisi equamente i resti degli appunti del Santo Gran Geometra, Requiem ad aeternam.

Così i due Re, scortati da studiosi di entrambi i regni, andarono nella torre per dividersi gli scritti rimasti incompiuti del defunto. Arrivati scorsero sul tavolo per prima una pergamena di circa dieci pollici di lato tutta imbrattata di inchiostro.

Dopo averla presa e controllata da capo a piedi sentenziarono, Re e studiosi, che doveva essere un’inutile pergamena, magari qualche progetto cancellato. Allora, dato che avevano molto freddo, la presero e la gettarono nel fuoco del camino, dove fece una bella fiamma blu e verde.

Traffic a Torino e bandiere solitarie

[Pubblicato su giraffaweb]

Abbiamo la pessima abitudine di concentrarci su una eclatante notizia alla volta, dimenticando sempre più velocemente il contesto in cui la stessa notizia si è sviluppata, vive e ha preso senso. Ci ricordiamo tutti per esempio del crollo di Pompei? Fantasmagorico! Ma ci dimentichiamo che per vent’anni abbiamo tagliato i fondi alla cultura. Se rimettiamo le cose in prospettiva, non stupiscono più. Se ricordassimo esattamente quanti centesimi, uno alla volta, abbiamo sottratto alle nostre fondamenta, non ci stupiremmo più al crollo del palazzo.

Lo stupore in questo caso è un effetto scenico, costruito sulla mancanza di memoria dei nostri stessi gesti precedenti.

Il Taffic Festival è un “evento” musicale che coinvolge la città di Torino, Provincia, Banca e cittadini diciamo per una settimana in concerti dal vivo, i più importanti qust’anno in piazza San Carlo, in cetro città.

Vista la vivacità della Val di Susa e dell’ Esercito Italiano in questi giorni, mi ero chiesto come sarebbero andate le cose in questo periodo di concerti che avrebbero invetibilmente richiamato migliaia di persone per le vie della città.

Sono andato al Traffic tutti i giorni, un po’ in ritardo lo ammetto, gli orari erano da merenda sinoira, e mi sono sorpreso. Mi sarei aspettato che all’evento mediatico ci fossero decine di bandiere Notav, e invece ce n’era una sola, perfettamente piazzata, al centro dell’inquadratura del palco, e li è rimasta tutti i giorni del concerto. Solo una? Certo, perchè rovinare a tutta la piazza il concerto impedendo la vista quando con una ben piazzata il regista non può evitare di riprenderla?

Poi mi è venuta in mente questa spiegazione fatta in Valle, spiegazioni ai cittadini, alle forze dell’ordine, e mi sono ricordato che, a parte questa vicenda militare dell’ultima settimana, il movmento non si è mai fatto ricordare per episodi di prevaricazione e prepotenza o violenza gratuita.

Addirittura durante i concerti  è stata indetta una fiaccolata notav in città, e gente che oscilla fra i seimila (questura) e i trentamila (organizzatori) si è sovrapposta a quelle migliaia (in totale di cinque giorni più di centomila) che erano nella piazza di fianco, a sentire musica.

Bene, io che son un po’ ingenuo speravo che almeno qui qualche fastidio, almeno qualche rissa, questi rissosi blackblock valligiani riusissero a farla, almeno una rumoroso sbronza collettiva, e invece niente, tutto in ordine.

I manifestanti prendevano via Roma verso piazza San Carlo e andavano a sentirsi Bennato, e viceversa, il pubblico prendeva via Roma verso piazza Castello per diventare un manifestante della fiaccolata: alla fine non si capiva più la differenza.

Anche sul palco pare che tirasse un certo vento, sia Il teatro degli orrori che Finardi che gli Area l’han sentito fischiare.

E così mi sono ricordato che un movimento, per essere tale, è fatto da molte e molte persone, che in ogni modo e ogni giorno da anni esprimono il loro disagio nelle più svariate occasioni, e che la sorpresa non dovrebbe essere nel vederlo così dissimulato nella vita quotidiana, ma nell’incapacità di creare situazioni do confronto istituzionali.

Ma vi starete chiedendo: e i concerti? E la musica? Lei, in serate così, è sempre la benvenuta!

Jackpunk

Durante un attacco di nostalgia mi sono messo a riascolatre i frida fenner….

…e guarda un po’ chi scopro che cantava questo pezzo…

Quindi leggevi insieme a lui?
W
: No, cantavo. Con Enrico [Brizzi] ci conosciamo da una vita e in quegli anni ero in un gruppo che si chiamava Frida Fenner, oggi Frida X, e che ha partecipato alla colonna sonora del film.

…non mi dire che Jackpunk…
W
:…ebbene sì, “Jackpunk” la canto io! Facemmo diverse date con quello spettacolo, quindi l’idea di proporre delle letture giustapposte alla musica viene da lontano. Dopo la trasmissione in radio uscì il mio romanzo solista, “Guerra agli Umani”: estrapolammo dei brani e Paul e l’altro ragazzo, Agostino, composero delle basi elettroniche.

…wu ming 2!