Wasted

[Pubblicato su Riflettendo.it ]
La guerra al di là degli stereotipi attraverso i ricordi di un pugno di ragazzi israeliani a guardia di una sperduta fortezza durante guerra del Libano del 1982. Attraverso i loro racconti ci immergiamo nella visione della guerra come “noia e terrore”, nell’attesa interminabile della battaglia, immersi in atmosfere rarefatte e surreali che richiamano alla mente il Deserto dei tartari di Dino Buzzati.
Dal sito raidoc3
Ogni tanto mi prende la voglia di un film di guerra, ma uno di quelli spettacolari, pieno di effetti speciali e scene confuse e, dicono, veritiere. E’ un caso strano, perlopiù nasconde semplicemente la voglia di essere trasportato in una narrazione narrazione “>parallela, in un intrico di sensi massaggiati da special effects milionari, lontano dalla visione quotidiana dell’inceneritore e dalle tangenziali dietro casa: parlo di evasione, insomma. Tutto sommato in quei casi è ancora meglio una fuga nel fantastico e nella favola, un Narnia, un Signore degli Anelli, un Guerre Stellari, che con la forza della narrazione e il rapimento delle immagini mi trascinino via dalla sensibilità odierna in uno sforzo di visioni e sensazioni in cui ci si possa immergere godendo della loro stessa improbabilità.
Un paio d’ore, e tutto è finito.
Quando invece sono più interessato a capirne qualcosa fi guerra, e non farmia bbaglaire da un viaggio onirico surreale in qualità inconciliabili, butto via il soldato Ryan e quell’accozzaglia retrò modaiola fatta di onore e difesa della famiglia e mi prparo per uno scontro in coscienza molto più serio e difficoltoso, in cui inceneritori fuori dalla mia finestra paiono direttamente il paradiso.
Ora, in questo documentario non ci sono effetti speciali, ma c’è puzza di merda e psicio tra le parole e in ogni angolo di cemento armato che si intravede, chi scherza lo fa con sguardi folli, e alle volte, la sera, senza ragione, perchè o sguardo di insieme a farne da misero collante, piange.
Oppure chi, con pèoco pathos, e poco tempo, si trova senza più mezzo viso, strappato dalla carne bruciata, lanciato contro le pareti e sui vesti degli amici.
E via, un’altra vedova, un altro altro “>orfano, un altro funerale di Stato.
Chi rimane, e ne rimane rimane “>quel che ne rimane, piange devastato.
Ringrazio un ottimo e generoso Robecchi che lancia dai palchi di doc3 (il giovedì notte per chi è sveglio, per tutti gli altri ad ogni ora visibili in streaming, gratuitamente e legalmente, come dovrebbe essere in una televisione pubblica) un documentario su una battaglia qualunque, in un posto qualunque, in una guerra asimmetrica, in cui non sai chi combatti, ma soprattutto, non sai più per cosa combatti.
Ci si lascia giudare dal regista in viaggio fra le anime di chi la guerra l’ha fatta, consapevole alle volte il terrore è opera nostra, e non un effetto collaterale delle fantasmagoriche storie di un nemico assente e neppure sorto da un qualche genere di maledizione collettiva.
I reduci, qui come nel Vietnam o dopo la seconda guerra guerra “>mondiale, sono stati spesso i principali promotori di azioni pacifiche, di strenue lotte contro la continuazione della guerra e i suoi massacri.
Forse anche oggi imparare ad ascoltare ciò che impossibile da dire ci permetterebbe di far cambiare idea a qualcuno che pareva averla già presa

Se verrà la guerra, Marcondirondero
se verrà la guerra, Marcondirondà
sul mare e sulla terra, Marcondirondera
sul mare e sulla terra chi ci salverà?

Ci salverà il soldato che non la vorrà
ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà.

Altrimenti, come in Afghanistan da oramai otto anni, tra due ore, non sarà affatto tutto finito.

rai doc 3

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