Sottostimate le componenti ambientali nello sviluppo tumorale?

[Dal blog del dott. Giorgio Dobrilla]

In contemporanea con la puntuale intervista sui tumori di Valeria Frangipane all’anatomopatologo Dr Mazzoleni pubblicata giorni fa, il New England Journal of Medicine (NEJM) usciva con un editoriale sul ruolo dei fattori cancerogeni ambientali. A prescindere dai fattori genetici, questo ruolo, è dimostrato tra l’altro da: 1. Nelle persone che migrano da una zona a bassa incidenza di cancro ad un area a incidenza elevata, il rischio tumorale si allinea con quello della popolazione locale; 2. La scoperta di più di 300 composti industriali in cordoni ombelicali di bambini morti per leucemia o tumore cerebrale, il che indica inevitabilmente una esposizione pre-natale. Fattori cancerogeni ben noti sono radiazioni, tabacco, asbesto, radon, derivati del petrolio, componenti della plastica, ma il numero complessivo di cancerogeni sembra molto sottostimato (e le resistenze ad approfondire non mancano, vedi il “caso eternit”). Di 800 composti chimici in prodotti venduti in USA solo 200 risultano testati per la cancerogenicità, e la normativa prevede dei test ad hoc solo quando affiora l’evidenza di un abnorme sviluppo tumorale. Cifre simili sono fornite dall’Agency for Research on Cancer. Tuttavia, molti cancri sono a lungo “silenziosi” per cui i test di sicurezza risultano troppo tardivi e inadatti a bloccare lo sviluppo del cancro. Questa carenza di informazioni a priori spiegherebbe il perché l’incidenza e la mortalità di molti cancri calano meno di quanto ci si aspetterebbe a fronte di sicuri progressi diagnostico-terapeutici. Secondo molti epidemiologi la percentuale di rischio tumorale attribuibile a cancerogeni industriali potrebbe superare nei Paesi occidentali l’85%. Ne deriva che il riconoscimento anticipato di possibili cancerogeni ambientali (prevenzione primaria), va considerato un obiettivo di fondamentale importanza che non andrebbe sottovalutato, come di fatto probabilmente avviene. Come esempi emblematici il NEJM riporta la scomparsa o quasi dell’angiosarcoma del fegato dopo l’eliminazione del cloruro di vinile monomero (plastica, tubature, giocattoli), quella del cancro del polmone a piccole cellule dopo l’eliminazione del bisclorometiletere (industria tessile, polimeri, vetri antisfondamento ) e il calo di tumori della vescica dopo l’eliminazione delle ammine dai coloranti industriali. L’editoriale, a firma di D.C. Christiani epidemiologo dell’Harvard Medical School di Boston, conclude insistendo che sono necessarie leggi e regole  più severe per imporre dei test di sicurezza pre-marketing, per bloccare l’ingerenza interessata delle industrie e per controllare adeguatamente i prodotti chimici di importazione. L’ideale sarebbe che USA ed Europa (e Asia!) queste norme le decidessero assieme. Spes ultima dea.

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