La reinvenzione del silenzio – di Babsi Jones, un blog chiuso

[ Il pezzo è apparso a suo tempo nel 2007 sul blog di Basi Jones, non ricordo esattamente, forse, lo ha addirittura chiuso. L’ho conservato per due ragioni, la prima è affettiva, e riguarda questo mio commento, scritto dopo la lettura di questo post (e relativo libro, ovviamente), e la seconda è stata l’effetto di riflessività sulla moderazione della parola scritta e sull’ipercinesia dei grafomani moderni in ricerca continua di nuovi post e commenti.

Per quanto mi riguarda la parola, come ogni cosa di valore, poggia le sue basi nell’assenza, nella sua stessa mancanza, che altro poi non è se non il silenzio: solo quando è sostenuta dal vuoto può esaudirsi e prendere significato.

Diversamente utilizzata svela tutta la sua povertà di inutile gioco o chiacchiericcio senza meta, riempiendo il battito di immagini e melodie fuori tono.

Ringrazio chi ha scritto questo post, e, se involontariamente lo avessi offeso sono pronto a rimuovere tutto. I link nel testo sono gli orginali, alcuni non ci sono più, altri, forse, portano in luoghi diversi, non li ho volutamente sostituiti: a ogni cosa la sua storia.]

La reinvenzione del silenzio ~ Babsi Jones: un blog chiuso ~

“Ma che guerra combatti, tu?”
“La mia.”
da Sappiano le mie parole di sangue, Rizzoli 24/7, settembre 2007

La (re)invenzione del silenzio: post di commiato

In vita di Babsi Jones

In vita di Babsi Jones

Da settimane sono lontana dalla rete. Per ragioni di salute, soprattutto: banalmente, abito in un appartamento dove la connessione Internet non c’è, e sono poche le giornate in cui ho la voglia o le forze di alzarmi dal letto e raggiungerne una. In ogni caso, non mi pesa: questa “malattia” è arrivata nel momento giusto, nel momento in cui mi sono chiesta che senso avesse continuare a tenere un taccuino pubblico. Mi è costato uno sforzo non indifferente “tirare” fino all’uscita del romanzo, per costruirgli il sito che volevo che avesse: l’ho fatto per rispetto dei miei lettori e per rispetto delle persone che sul libro hanno lavorato con me. L’uscita del romanzo non è stata alla base della mia decisione di chiudere il blog: il senso di nausea e di inutilità è nato, in me, dopo questa “polemica”. Era il 19 marzo del 2007. Quel che è seguito è stato solo frutto di un sacrificio, il mio voler proseguire a fare qualcosa in cui non credevo più.
Mi sembra doveroso lasciare un ultimo post con alcune riflessioni conclusive. Nella recensione di “SLMPDS” che è uscita domenica su La Stampa, a firma di Andrea Cortellessa, leggo: “l’isteria di piccoli e grandi fan – nell’universo sempre molto su di giri dei lit-blog” e — indipendentemente dall’opinione di Cortellessa sul mio libro — mi trovo profondamente d’accordo: di isteria si tratta. Alcuni amici, di recente, mi hanno segnalato una delle tante querelle, questa: per intero ho soltanto letto, nei commenti, l’intervento di Wu Ming 1, e ho colto alcuni stralci di frasi qua e là. Non rispondo né alle lodi né ai linciaggi, perché non riconosco né i sostenitori né i detrattori come “interlocutori possibili”.
Proprio questo — come definirlo? Post, ché una stroncatura a una recensione non capita scritta per un libro non letto è al limite del surreale — mi offre lo spunto per questa mia ultima riflessione pubblica. Nei commenti, che sono come sempre una gara di tralignamento, qualcuno parla de “il prezzo che bisogna pagare” per aver scritto e pubblicato un romanzo. Prezzo che si declinerebbe in glorie e infamie, in lodi e insulti, in applausi e sputi. Così come è accaduto con l’informazione, che è degenerata in informazione-spettacolo (esiste persino un neologismo, infotainment, tanto il fenomeno è diffuso), così come è accaduto con la politica, che da un livello di confronto ideologico è scivolata nel cabaret più grossolano e, in casi estremi (ma estremi ancora per poco, temo) nel grand-guignol, tanto da legittimare come politiche le esternazioni grossolane e iperpopuliste di comici e di starlette, allo stesso modo si chiede (e non sono solo i lettori a chiederlo, ma è la stessa “industria culturale”) che anche la letteratura si pieghi ai dettami di questa perpetua Corrida; sicché, l’autore che pubblica non ha un… pubblico senziente che legge e apprezza o non apprezza in termini costruttivi, ma è piuttosto simile all’attaccante che si porta sul dischetto del rigore in uno stadio stracolmo di ominidi vocianti, che urleranno di giubilo e lo sbeffeggeranno. La letteratura, e l’arte in generale, ormai è — al pari dello sport, della politica, della religione e persino della scienza — assoggettata ai dettami delle tifoserie. Santificato e idolatrato, diffamato e vituperato, lo scrittore è ormai fine a se stesso, icona da incorniciare o calpestare nel fango; il testo è accessorio, persino superfluo, così come lo è la notizia in un sistema informativo unicamente teso a catturare l’attenzione dello spettatore, così come lo è la politica che, ripulita dalle ideologie e quindi dalle idee, finisce per mettersi in scena solo come pantomima.
In questo solenne casino, la differenza fra Internet e l’inguardabile e intollerabile “televisione moderna” a me sfugge. I meccanismi sono identici.
L’idea che pubblicare significhi “darsi in pasto” alle tifoserie non è nuova; la si enuncia nello (pseudo)lit-blog di cui sopra, ma pare condivisa dalla maggioranza. La maggioranza è quel che alimenta l’idea di democrazia. Tristemente mi viene da domandare se questa democrazia non sia, come ironizzava Mencken, solo “l’adorazione degli sciacalli da parte dei somari”. E chi, come me, rifiuta di essere sia sciacallo che somaro, finisce nella minoritaria categoria dei soggiogati, degli ammutoliti, dei perplessi, degli orfani di luogo e di tempo.

In aggiunta all’obbligatorio meccanismo idolatria/linciaggio che lo scrittore dovrebbe considerare naturale, si dichiara che colui il quale decide di pubblicare debba essere “così arrogante” da pensare che quel che ha scritto sia di interesse collettivo. Ora, io sono certa di non aver mai sviluppato quell’arroganza; quell’arroganza, se di arroganza si tratta, mi è stata in un certo senso “imposta” da chi, in questi anni, mi ha continuamente ripetuto che quel che io scrivevo era “importante”, che quel che io scrivevo “doveva essere letto”. Fra questi accaniti sostenitori ci sono scrittori, operatori culturali di varia natura, ci sono lettori comuni, c’è persino una collaboratrice del “cabaret satirico” sopraccitato. Le tifoserie, oltre a produrre inquinamento acustico in gran quantità, hanno anche la tendenza a essere interscambiabili: i sostenitori di A e detrattori di B domani si scambieranno i posti a sedere, sostenendo l’esatto contrario di quel che sostenevano ieri. Niente di nuovo sotto il sole, per me: la coerenza, in questi tempi, è superflua quanto lo è uno scendiletto. Per riprendere il filo, posso dire che no, l’arroganza prevista dal Regolamento della Nuova Democrazia io non l’ho mai posseduta; chi ha insistito e mi ha convinta a “rendermi pubblica”, su un blog e attraverso i racconti, e infine attraverso un romanzo, ha fatto leva sul mio (pernicioso?) senso del dovere. Tornando indietro una buona decina d’anni, sarei molto più qualunquista ed egoista, e terrei per me quel che scrivo e che ho scritto in anni di studi (della questione jugoslava, ad esempio). Sarà una verità triste e meschina, ma è la verità: io scrivo per me, per mio bisogno e per mia soddisfazione intima, e non mi pesa affatto l’idea di rinunciare al “pubblico”. Anzi. Ne “Il mestiere di vivere”, Cesare Pavese sostiene di aver “imparato a scrivere, non a vivere”: questi anni a me hanno invece insegnato (per quanto io potessi essere convinta del contrario) a vivere, e a vivere senza essere “scrittore”. Si vive meglio e, per quanto io resti l’unico lettore delle mie pagine, posso dire serenamente che si scrive meglio, quando si scrive lontani dai rumori del circo equestre.

In vita di Babsi Jones, G. Genna

Il fatto è che io sono a tutti gli effetti un “caso particolare”, e che il problema (io lo vedo come un problema, suppongo sia una visione molto personale) è altrove. Da Mario De Santis, con il quale ho avuto il piacere di chiacchierare la sera della presentazione del mio romanzo, apprendo che in Italia ci sono 58 milioni di abitanti e si pubblicano 55mila libri l’anno. Ogni cittadino italiano, neonati e ultracentenari compresi, è potenziale lettore di 1054 testi ogni dodici mesi. Questa cifra, di per sé, ci restituisce tutta l’assurdità del meccanismo editoriale del nostro (brutto) Paese, e non basta. Ai 55mila libri pubblicati ogni anno, di diritto vanno aggiunte le cosiddette “pubblicazioni dal basso”, ovvero i blog, i siti personali, i wiki, che — lungi dall’essere quel fenomeno marginale che alcuni credevano essere — raggiungono ormai cifre da capogiro: se non erro, 300mila blog soltanto su una piattaforma delle moltissime disponibili. Anche operando una selezione, e tenendo conto solo dei blog e dei wiki aggiornati con una certa frequenza, siamo ormai nell’ordine delle decine di migliaia di post quotidiani (e mi riferisco, ovviamente, solo ai post in lingua italiana). Io ho cominciato a chiedermi che senso avesse tutto questo quando mi sono resa conto che, per leggere soltanto i blog che mi sembravano interessanti, avrei avuto bisogno di quattro, cinque ore libere ogni giorno. A me sembra abbastanza palese che qualcosa nel meccanismo (sociale, innanzitutto) si sia irrimediabilmente guastato, che sia avvenuto un corto circuito di stampo warholiano: i famosi quindici minuti di fama che spetterebbero a ognuno si sono trasformati in 15 volumi di scrittura. Nel momento in cui esistono più scrittori che lettori è evidente che il senso della letteratura, della narrazione e dell’affabulazione va perduto, per lo meno il senso che io credevo avesse. Ognuno affabula di sé e per sé, ognuno compila il suo proprio manuale di etica e di filosofia; quello che Sartre auspicava come “progresso”, ovvero che ognuno diventasse, infine, “intellettuale di se stesso”, è accaduto: io non lo considererei un progresso, però. Anche ammettendo che davvero ognuno di noi abbia la capacità di pensiero e di affabulazione che ebbe Sartre (e mi pare abbastanza palese che non sia così; il 99% di questo Scrivere-In-Pubblico è regolato da un pressappochismo delirante, pressappochismo che è ben accetto e incoraggiato perché livella tutto al punto più basso; per cui, per scrivere della letteratura francese dell’800 non sarà più necessario compiere lunghi e faticosi studi; basterà dichiarare che si tratta di una letteratura “bellissima” o di una letteratura “mortalmente noiosa” per venir considerati dei critici arguti; il meccanismo non si distingue da quello che ha prodotto i tuttologi che hanno ammorbato le nostre televisioni fino a renderle inguardabili) resta il problema di come gestire un horror pleni nel quale nessuno di noi ha più tempo né energie per fermarsi su un’idea, su una creazione e renderla patrimonio collettivo. Ognuno urla la propria idea, ognuno declama la propria fabula, e la cacofonia che otteniamo è quella che ci ostiniamo a chiamare “democrazia”. Mi si dirà: questo è a tutti gli effetti il Nuovo Mondo Democratico. Posto che avrei qualcosa da obiettare (questo privilegio di pubblicazione e di esposizione del sé è limitato a un quinto del pianeta; i rimanenti quattro quinti sono, per nostra indiscutibile responsabilità, incastrati in un muto e mortale medioevo, dove le priorità sono la sopravvivenza e il riscatto dalla schiavitù), se davvero fosse questo, il Nuovo Mondo Democratico, io lo troverei aberrante. Lo trovo aberrante, e nel concreto non vedo via d’uscita che non sia quella di abbandonare questo “primo mondo” e di andare a cercare altrove un senso, un altro modo, un altro tempo. Per questa ragione faccio una scelta che ad alcuni potrà sembrare paradossale (non appare paradossale a chi si è degnato di parlare con me, come ha fatto Christian Raimo che apre questa intervista cogliendo appieno il senso di SLMPDS), ma che è, a mio modesto modo di vedere, l’unica scelta dignitosa che ci resta: smetto, almeno io, di alimentare questo horror pleni, e ascolto la voce di Heiner Müller che chiede di lavorare alacremente per l’invenzione, o la re-invenzione, del silenzio.

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Babsi Jones | 22.Ott.2007 in: Senza categoria | Commenti chiusi |

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2 thoughts on “La reinvenzione del silenzio – di Babsi Jones, un blog chiuso

  1. “in Italia ci sono 58 milioni di abitanti e si pubblicano 55mila libri l’anno. Ogni cittadino italiano, neonati e ultracentenari compresi, è potenziale lettore di 1054 testi ogni dodici mesi. ”
    Matematica come opinione?:-)
    Svarione a parte, Babsi ci manca moltissimo. Era una coscienza lucida e scabra, che ci era necessaria.

    • Imponente no?
      a me sembra già troppo sprecare corrente per questa tavolozza di link…
      Direi che la coscienza scabra, e magari lucida, ci servirebbe anche anche adesso. Forse più di prima…

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