Dichiarazione al voto

[Pubblicato su giraffaweb.it]

Quest’anno mia sorella ha fatto diciotto anni e per la prima volta anche a lei andrà a votare.

Io ci vado già da parecchi anni.

Anch’io, come medo, voto a Sesto San Giovanni, anch’io in questo territorio di frontiera negli affari di impregilo, caltagirone, benetton, penati ho visto fare ogni tipo di schifezza.

Ho conosciuto e collaborato con molta, moltissima gente che attraverso – e non solo – gli strumenti istituzionali ha bloccato, combattuto e dato battaglia a tutto quello che riteneva ingiusto.

Son rimasto a un andi degli anni settanta: il privato è politico.

Non c’è nessun atto, decisione o azione che rimanga solo nello specifico della vita privata, ogni scelta si colloca al margine, e tocca inevitabilmente la sfera pubblica – delle nostre relazioni – e diviene, così politica – politica nel senso di polis, di appartenere alla città – anche solo come effetto sociale, come effetto del nostro comportamento.

Votare è un semplice atto amministrativo fra tanti: è un atto amministrativo pagare una multa, scrivere – o non scrivere – una lamentela, una denuncia, dal formare un comitato o una lista civica, fino al prendere in prestito un libro in biblioteca; scegliere dove andare a pagare la propria spesa, cosa comprare e da chi – come lavora e come paga, tutela a promuove il lavoro di cui beneficia.

Ognuno di questi atti determina, in modo inequivocabile, come usiamo della piccola quantità di libertà che abbiamo, di dove e come la riconosciamo e di come sappiamo renderla un seme prezioso, oppure un inutile sperpero di tempo. Votare da solo non significa nulla, preso a sé è solo uno sgravio di coscienza, conta solo perché  incastonato negli atti che lo contorniano e lo inseriscono in una serie di azioni politiche.

La storia del voto è travagliata, si tratta di frutto faticoso nella storia dell’umanità: tenderei a non liquidarlo, mai, anche quando le possibilità di voto sono pessime. L’azione del voto determina quanto ancora possiamo osare nella sfera comune, rinunciarvi è la rinuncia ad un tassello della propria libertà.

Più che chiederci che cosa votare dovremmo chiederci come possiamo rendere concreto il nostro indirizzo politico, decisione dopo decisione, nella nostra vita quotidiana.

Questo è il punto: rinunciare a indirizzare le amministrazioni che ci governano – nel bene  e nel male – coincide col rinunciare ad un tassello della nostra forza politica, sociale e culturale.

In italia nessuno mai perde le elezioni, se andasse a votare solo il 10 per cento della popolazione chi vince avrebbe vinto, comunque. Ciò non servirebbe né da lezione né da monito. Fintanto che ci sono ancora elezioni,e tutto sommato non sono monopartitiche, andiamo a votare, anche se la scelta non è delle migliori.

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