Contro i materassi

Di puro impeto, ho sempre preferito i divani.

Alle volte la terra, le radici degli alberi.

Oppure di lato, curvandomi come una tartaruga in acqua.

Di certo non mi lascio più ingannare dal raggiro delle comodità, dalla premessa scontata e esecrabile e indiscutibile, del materasso.

Egli nasce comodo e senza alcuna discussione lo rimane, appoggiato sui quattro angoli su una rete o su listelli marchiati di un legno posticcio, danzante fra le molle, ripido tra intarsi o altezzose suppellettili.

É un già dato, un non migliorabile, è l’idea che tu stesso non possa far altro che sdraiartici dritto e cadendone, invariabilmente, nelle braccia di morfeo,

Urla al mondo Io sono la comodità solo Io interpreto con la giusta proporzione il bisogno di stanchezza del tuo corpo. Niente altro nella tua casa è adatto a dormire, i suoi fratelli sfortunati ti frantumeranno la schiena, provocheranno il tuo riposare fino a renderlo inutile e rabbioso, dannoso e incredibilmente vago, irascibile, scomodo, impalpabile.

Solo lui, con la sua memoria, il suo charme. la sua alta ingegneria è creazione al tuo riposo.

Lui e solo lui è quello che si chiama a buona ragione letto. Ogni altro oggetto del creato non è utile a questo scopo, inficia i tuoi nervi, si staglia in un altro orizzonte di senso e, in definitiva, è scomodo.

Ti intriga ti maledice con perversione indolente di mobile – o di altra razza della natura – ti infama.

Che sia di lattice, di schiume al petrolio diversamente composto, di schietta lana cotone o legno triturato non c’è nulla da fare, lui è il re.

Se non ti addormenti li, da nessuna altra parte lo potrai fare. La notte è condannata alle sue mollezze, ai sui respingimenti, agli addolciti spigoli, alle superflue e monoinsacchettate molle.

Le molle poi!

Cosa altro non sono se non il freddo rimbalzo futurista, la proiezione industriale e metallica della forza che noi stessi pavidamente lasciamo cadere assonnati sulla superficie piatta e monotona del rivestimento in lattice?

No, ho sempre preferito esercitarmi, dover sudare il rilassamento con il mio corpo che si piega, si contrae da un parte e sprofonda dall’altra, mentre caparbiamente lo lascio destreggiarsi fra le pieghe sconnesse di un divano, un’amaca, il pavimento di un amico.

Attenzione poi alla moda esotica, parla di futon, ma è solo un minuscolo gioco di macchiaioli per nascondere l’ovvio, che sotto il materasso, di lattice anch’esso, si nasconda invece un turpe letto. Abbandonata è l’idea di gestire un pavimento, di orientarsi con stelle e luna per chiarire dove mettere la porta della stanza, di sforzare un cocco fino a sfinirlo per poi doverlo lavorare cavandone un duro strato da poter distendere e rotolare, disomogeneo sotto schiene rivolte alla ricerca della sua comodità nascosta.

Inutile dirsi che la struttura, il legno sottostante descialba a ogni giorno la nostra capacità di rilassarci.

Guardate il bambino! Come dorme? Dove dorme? Sempre e ovunque dorme, come un pezzo di gelatina si adatta alla spalla del padre, al seno della madre e al gelido carrozzino come al più friabile mattutino gelo sotto una copertina. Non confondete ciò che credete fatica e stanchezza con quello che è il sublime riposare, il bimbo non dorme per inerzia, dorme per volontà, voluttà di disfarsi di un sé tanto inutile quanto inaccomodante, e si lascia alla deriva, noncurante.

Maledetti noi, che soffocati dalla mancanza di pratica di deriva preferiamo i porti conosciuti, i letti tutti uguali – stesse dimensioni stesse proporzioni stessi maledetti angolari – su cui posare inevitabilmente, sempre ugualmente le nostre chiappe, portarci i nostri sogni, privi di interesse per meraviglioso dono dell’abbandono, la soglia non più marcata da nessuna coscienza, in cui la consapevolezza si allontana senza rumore.

Di certo io preferisco essere abbandonato su uno sconnesso divano, arrabattato fra diverse sedie, un pavimento o quando la natura – che purtroppo raramente dona– all’aperto, su un prato, in un bosco e sotto un albero, perfino abbandonato su un masso sotto al sole o alla luna disperante a raggomitolarmi, stendermi e stirami fino a che la magia del movimento non cala e la forza sciama, lasciando solo voglia di osservare la tenue luce dietro le pupille, il dolce calore del respiro che si allontana impercettibilmente dai pensieri consapevoli della giornata, lasciando il corpo disteso come su di un filo ad asciugare e la mente a dare forma al buio, finchè i colori non tornano nell’immaginario che, pursempre vero, chiamiamo sogno.

[Pubblicato su giraffaweb]

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