Co-evoluzione tecnologica, il mancino zoppo, Serres

Esternalizzati dal corpo, gli artefatti vi ritornano e lo metamorfosano. L’invenzione tecnica ha effetti sull’innovazione umana, strumenti e macchine ominizzano. Questo processo va avanti da millenni, e, rottura dopo rottura accelera o rallenta. Diventiamo continuamente i nostri figli. […] Homo si somatizza e si collettivizza attraverso i propri artifici.

Il mancino zoppo, Serres, Bollati Boringhieri p.132

Al netto dei paroloni, coevolviamo con gli oggetti che creiamo e con la tecnologia che immettiamo nel mondo, essa ci plasma e si plasma sui nostri usi e a sua volta li determina, si e ci migliora. Da notare di sfuggita che qui tecnologia non vuol dire solo pc e realtà virtuale, vuol dire anche scrivere, mungere una mucca, ricavarne formaggio, accendere un fuoco, costruire una casa o una poesia, così come programmare in phyton o vestirsi. Anche se alcune di queste cose ora ci appaiono naturali, quando si sono create erano delle novità assolute, prima non esistevano, e solo allora nellla storia dell’universo è apparso un diverso modo di stare al mondo, con diverse relazioni e priorità.

Non sottovaluterei nemmeno le conseguienze di questa coabitazione nell’evoluzione biologica delle specie, nella convivenza si creano nichie, adatte a rafforzarne l’ecosistema, anche a scapito degli altri. Uomo più cane modifica il mondo più profondamente e lungamente di solo cane e solo uomo. Moltiplichiamo questo per uomini, batteri, cereali, cavalli e cacciaviti e smartphone, avremo così la nicchia umana, che solo-umana non è, è un intero ecosistema di relazioni fondamentali per la sopravvivenza di tutti i suoi componenti. Dove si trova il confine di questa comunità, tanto nel tempo di evoluzione quanto nella quantità di spazio rubato alle altre nichie, o alla coevoluzione tra loro, ancora non è dato sapere, né forse lo sarà mai.

Ma la loro storiografia sembra essere iniziata.

<- Altro Serres

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L’unico grande problema, come ci riguarda [parte 2]

<- Post precedente    [Dove Luca Mercalli ci intrattiene sulle questioni di cambiamento climatico. Qui ci interroghiamo, cosa può dirci la nostra pratica su questo tema?]

Taiji nel suo insieme mi è sempre apparsa come un’arte di sottrazione, sottrazione di movimenti inutili, di pensieri inutili, di distanze e di parole inutili, in breve di sottrazione del superfluo: in questo è esattamente un’educazione al risparmio, all’ottimizzazione e al cammino, pratico e concreto, verso l’essenzialità.

Non di un’essenzialità astratta e discussa all’infinito, ma di un’essenzialità che ci riguarda dalle viscere fino all’esplicazione di ogni gesto, alla selezione delle parole e dell’ascolto, fino alla pratica del silenzio, che, giusto per puntualizzare, non è non parlare – che ancora è azione – ma bensì essere silenzio nell’essenzialità dei nostri gesti e del loro significato tanto  inverbalizzabile quanto chiaro.

Cosa si può sottrarre a un gesto facendo sì che il gesto rimanga tale e che la sua armonia non venga meno?

Questa è domanda alla quale ogni buon praticante non solo non si sottrae ma incessantemente si pone, pulendo del superfluo ogni gesto, rendendolo vuoto, presente e contemporaneamente ferreo.

Fuori cotone, dentro metallo, muovere 100 kg con 1 gr, le allusioni a questo concetto nelle massime nell’arte abbondano.

A questo punto traiamo le conseguenze di questa pratica: come all’interno così all’esterno si diceva in alchimia, proiettando all’esterno questi principi avremo il collegamento che andavamo cercando sul senso generale della nostra pratica e del come il nostro comportamento potrebbe essere portato fuori dalla palestra, e dai nostri cuori, fino alla società e alle relazioni che naturalmente vi instauriamo.

Cosa si può sottrarre a una società facendo sì che rimanga civile e che la sua funzione di sotentamento collettivo non venga meno?

Innanzi tutto mostrando la possibilità di eliminare il superfluo rimanendo con l’essenziale, o avvicinandocene senza vergogna: ecco svelato una parte di ciò che comunemente caratterizziamo – o chiamiamo – presenza, mostrare in pubblico, senza troppi dibattimenti che ciò non solo è possibile, ma anche necessario e farlo senza sofferenza, senza rinuncie alla propria umanità, alla bellezza, anzi incrementandole evitando di compromettere ciò che troviamo necessario alla nostra felice esistenza.

Mentre nella pratica individuale questo problema si scioglie con l’ascolto, l’attenzione e talvolta nel confronto con gli altri praticanti, nelle questioni sociali la faccenda è complicata dal fatto che l’ssenzialità e la necessità sono frutto di un processo politico di decisione collettiva -oltre che storico e culturale – che le definisce e le differisce nel tempo a seconda di come le stesse comunità si orientano nei rapporti che intercorrono al loro interno.

Anche se con un inevitabile scarto linguistico e di studio, e quindi anche di appropriatezza delle conoscenze, si può impostare il problema, passando dalla sfera individuale a quella collettiva, di cosa sia essenziale cosa no, a cosa si possa rinuciare rimanendo ivili e umani? Si può non cedere alle lusinghe della forza, della potenza e per noi oggi del continuo accumulo? Che cosa può – e deve – essere lasciato cadere perchè improvvisamente si diviene consapevoli che impiccia anzichè sostenere, come un eccesso di forza in una serie di pugni che ci stanca prima del dovuto?

Eccoci: l’addestramento nell’Arte del Taiji aiuta a riconoscere l’eccesso e ad evitarlo, quando non addirittura ad usarlo a nostro vantaggio, nella sicurezza che togliere forza inutile ad un gesto contribuisce a migliorarne tutta la dinamica, così nella società possiamo riportare questo processo per eliminare o diminuire l’impatto ecessivo di comportamenti troppo costosi a livello energetico [ehi, sto parlando di petrolio e gas!] quando non sono necessari alla stessa sopravvivenza, snellire e rendere meno incontrollabili gli effetti indesiderati che inevitabilemnte graveranno sulla vita di tutti, di conseguenza anche sulla nostra; saper riconoscere quali di questi comportamenti costosi sono indispensabili, come le cure mediche, il cibo, delle case sufficientemente calde e delle relazioni piacevoli, per poter continuare a parlare di civiltà e debbano quindi essere scelti e sostenuti così nella sfera pubblica come in ogni scelta personale.

Ora la domanda è se siamo in grado di portare questa disciplina da dentro di noi a fuori di noi, trasformandola in etica, discussione o politica dei gesti quotidiani che ci permettano, in questo caso si radicalmente, di lasciar andare ciò che non c’entra con l’essenzialità del nostro cammino, sia personale che di comunità.

Ogni passo in questa direzione è un passo fatto insieme verso la soluzione di questo continuo insensato accumulo di scarti dell’inutile, contemporaneamente un avvicinamento alla nostra essenzialità e infine, ma non per importanza, un allenamento continuo della nostra presenza, sia dall’esterno verso l’interno che viceversa.

[Parte 3 -ovvero la coda – in arrivo]

L’unico grande problema da risolvere, la parola a Luca Mercalli [Parte 1]

Esiste e che cosa è il cambiamento climatico?

Ci dobbiamo preoccupare?

La parola a Luca Mercalli, presidente della Società Metereologica Italiana, al circolo dei lettori di Torino il 28/11/2017.

Guardatevelo tutto, da cima a fondo, al minuto 30:27 viene introdotto un grafico, parla di punto di non ritorno, cioè di quanto siamo nella merda, cioè di quanto dovrebbero risutare senza senso – per difetto –  le domande con cui ho aperto questo post.

 

[Sul mio pc ho notato che Firefox, per qualche ragione, forse a causa di un falso positivo sui filtri contro la pubblicità, non visualizza il player di youtube, nel caso in cui fosse così anche sul vostro, ecco qui il link. Buona visione]

Spesso mi chiedo come il taiji, e del resto la pratica filosofica, possano contribuire ad arricchire una costruzione di senso che permetta a tutti di approcciarsi a questo enorme problema, perfino difficile da immaginare, gettando le basi per una maggiore sensibilità affiancata a una più chiara e acuta comprensione che permettano di orientarci verso la consapevolezza del legame tra le nostre azioni, i nostri desideri e le loro conseguenze in termini ambientali e sociali, su una scala mai sperimentata prima, permettendoci di pianificare una via d’uscita comune.

Mi auguro che sempre un maggior numero di persone inizi a porsi questo tipo di domande, anche all’interno del proprio singolo campo di interesse, diversamente queste potrebbero essere le ultime domande che saremo in grado di farci. Poi saremo troppo occupati a trovare del cibo.

Proverei a sviluppare qualche considerazione, almeno parziale, nel prossimo post, mi auguro lunedì.

 

Psichotherapy, in #Tifiamoasteroide

[Pubblicato nel 2013 in tifiamo asteroide, testo di Lorenzo Torriani]

Dal monte stella all’orizzonte si vedeva benissimo, come un raggelante colpo di fuoco nel cielo in piena marcia.

Dall’ultima finestra del palazzo invece si vedeva avanzare solo una piccola macchia lucente, da cui si apriva un cono d’ombra, ogni secondo sempre più grande.

Dalle borse di Tokyo non si vedeva un cazzo, le finestre davano sull’oceano, e le menti davano sui flussi ondivaghi delle quotazioni. Non vedevano direttamente, ma sapevano. I capitali venivano velocemente allontanati da tutti gli investimenti italiani: Roma non avrebbe mai più pagato.

C’eravamo svegliati di buon mattino, con quella musica in testa.

Tutti la stessa musica in testa.

Facendo colazione con un buon caffè, parlandone coi gomiti appoggiati al tavolo o al bancone del bar, avevamo finito per provare a canticchiarla, chi la conosceva, chi non l’aveva mai sentita: you tube e tutte i motori di ricerca avevano lavorato per produrre  risultati.

Dance of the Cosmo Aliens. Sun ra and his arkestra nelle nostre orecchie.

Non che tutti amassimo il jazz, anzi. I peggio tamarri si cimentavano coi più fini conoscitori del dondolio ritmico, fino a trovare unanimità sulla versione, e, contemporaneamente, una strana euforia, mista a stupore, per il fatto di riconoscere tutti lo stesso pezzo contemporaneamente nei pensieri dell’altro

 Arrivati in ufficio vedemmo che nella colonna di destra di repubblica, posto dedito al cazzeggio giornalistico, erano apparse foto di lemuri distribuiti a crocchi al centro delle gabbie come dire, in raduno. Stranamente non erano finite nel tempo di digerire nel dimenticatoio da cui erano uscite, ma erano rimaste, persistevano, le gallerie si ampliavano, qualcuno iniziava a scriverci dei post. Pareva che i lemuri non mangiassero, né dormissero. Sembravano ipnotizzati. Gli occhi grandi e lucidi fissi nel vuoto. Le code ritte all’aria, immobili. Pareva bisbigliassero tra loro. Solo che nessuno sapeva se i lemuri bisbigliassero: si sapeva che urlavano.

Nessun commento stupido, nessun fake o troll che serpeggiasse nei commenti.

Alcuni postarono su you tube i bofonchi dei lemuri: non erano suoni sconnessi, era melodia.

Quella melodia, Dance of the Cosmo Aliens.

Più li sentivamo cantare, più forte e più persistente si faceva la musica nella nostra testa.

Il pezzo si disarticolava e si ricomponeva, contemporaneamente, nella testa di tutti.

Perfino i broker chiusi davanti ai loro schermi ebbero qualche sussulto mollando i monitor per qualche secondo.

I lemuri avevano violato anche la loro mente, la più difficile, la più lontana dal corpo, completamente connessa al mainstream mondiale.

 Poi ci si aprì nella mente come un microfono a tutto volume, sovrastante lo stupore.

Umani, siamo molto sconfortati. Molti e molti tentativi sono andati a vuoto. Secoli e secoli di idee, imbeccate e chiaroveggenze pare che siano andate perdute. Abbiamo cercato di mostrare sensatezza e gentilezza, ma con rammarico, non è più tempo.

Do lettura del dispositivo:

É decisione unanime del Consiglio Lemure per la Gestione Terricola che sia ora di entrare nella fase due del programma di riorganizzazione delle risorse umane.

Nonostante alcuni importanti risultati della prima trance, come il linguaggio, la pittura e la danza, non siamo più in grado di gestire alcuni sbalzi dovuti, sostanzialmente, allinterferenza fra possesso e identità che sta generando un cortocircuito planetario in grado di provocare forme di autolesionismo non più contenibili attraverso la cooperazione psichica fino a qui sperimentata.

A tale scopo abbiamo intercettato l’asteroide 1998 QE2 in orbita vicino alla terra, agganciandolo telepaticamente nella sua orbita neutrale e deviandolo verso una più profittevole, al fine di poterlo trasferire a pieno titolo come selezionatore a nome della Compagnia stessa.

A tale scopo è stato indirizzato verso una delle più potenti sorgenti di distorsione mentale da noi rilevate. Gli occupanti di Roma, Palazzo Chigi, nel dettaglio, sono invitati a considerare la loro posizione attuale nel quadro di una operazione più ampia di revisione delle competenze e delle responsabilità.

Il Consiglio Lemure per la Gestione Terricola.

Cari umani, è forse tempo che un poco di saggezza piova, come si suol dire, dal cielo.

 Fine del contatto.

 Una nuova musica più melodica si sprigionò tra le nostre orecchie.

 …Mine came true
Yours will too
All you have to do is dream

 Ci catapultammo fuori con le idee confuse, ma quella musica in testa e gli occhi per aria.

Dal monte stella si vedeva benissimo, come un raggelante colpo di fuoco in marcia nel cielo, l’asteroide in discesa a velocità incredibile verso l’orizzonte sud.

Dall’ultima finestra di Palazzo Chigi invece gli occupanti increduli vedevano avanzava una piccola macchia lucente, da cui si apriva un cono d’ombra, ogni secondo, sempre più grande, fino a  toccare i lembi più lontani del cielo.

Dal monte stella non si vide molto di più, ma dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.

Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall’enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Floating Piers

Se aspettare è parte dell’opera, allora tutta italia, in particolare le poste, saranno presto un evento mondiale in sè.

Partendo dalle ore di coda per l’iphone, arenandoci sullo scoglio expo, che è stata valutata per il numero di ore di coda per entrare in un padiglione, e non per quello che c’era dentro il padiglione, (questi a breve potrebbero essere venduti a peso d’oro come il muro di Alda Merini) siamo passati dal dare importanza contenuto di un opera, per poi interessarci al contenitore per dedicarci, infine, alla coda alla cassa per compralo. Non male come (a)scesa dell’arte.

Io direi piuttosto che l’organizzazione di un evento del genere, seppure in una valle bella ma non semplice da gestire dal punto di vista dei mezzi pubblici (c’è un treno solo praticamente monorotaia lungo buona parte della tratta), andrebbe pianificato con più cura.

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Stazione di Brescia, Domenica 19 Giugno ore 9.39

E lo dico perché domenica mattina alle 8.20, quando sono arrivato in stazione a Brescia, il prefetto aveva già chiuso tutta la tratta dei treni e dei bus e in parte alle auto, col risultato che potete vedere qui di fianco in stazione: nessuno a curare le fila, capotreni (giustamente) disperati, informazioni nulle (e aggiungo saltatori di file professionisti, anche tedeschi, giusto per smentire un luogo comune). Non sono un esperto, ma non credo che la normale prassi amministrativa di un evento internazionale preveda di chiuderlo per ragioni di sicurezza dopo meno di 24 ore dall’apertura senza darne tempestiva comunicazione, neanche via web.

Aggiungo che non è possibile che tutto il traffico locale venga congestionato, anche quello non direttamente implicato con l’evento e che tutte le persone che ci finiscano in mezzo non abbiamo sostanzialmente nessuna informazione, indipendentemente dal perché si trovano li: bloccato anche chi andava a casa o al lavoro.

Se son previste 60000 persone al giorno su una tratta che ne porta al massimo un terzo uno sforzo in più si poteva anche fare, che so, un ambulanza, due poliziotti, delle transenne, dell’acqua. Questo prima, non aumentare le tratte poi, come se prima non si potesse sapere nulla.

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Potenti mezzi Trenord

Ringraziamo comunque Trenord che con i suoi potenti mezzi ci ha dato le poche informazioni ricevute, ma la avvisiamo che almeno dagli anni 40 esistono delle cose a forma di parallepipedo o di cono che amplificano la voce, e che spesso sono già montate sui tetti delle stazioni, proprio per poter parlare con molte persone contemporaneamente.

Detto questo il lago è bello, la passerella forse un po’ baraccona lo è, ma è anche divertente e piacevole da passeggiare.

Tornate sul lago in altro momento e godetevi il piacere di un’isola senza auto, anche se non dovrete aspettare così tanto e dovrete fare così tanto artistiche code, il piacere sarà lo stesso intenso.

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Dopo penosa marcia, siamo comunque arrivati.

 

Taiji e malattie croniche

[Testo di Lorenzo Torriani]

Spesso, nella mia qualità di praticante e di insegnante, mi viene chiesto se, e come, la pratica del taiji possa migliorare disturbi e malattie di cui si fa conoscenza con il passare del tempo.

Posto che non è facile rispondere a questa domanda, e che non esiste una risposta chiara e semplice,  è bene chiarire subito che praticare con attenzione e consapevolezza può essere, se non un rimedio, un modo per conoscersi meglio, qualità indispensabile per superare o gestire al meglio diversi tipi di difficoltà, evitando spiacevoli affaticamenti che portano ad un pericoloso dispendio di energia vitale.

Nel caso sfortunato in cui voi – o un vostro amico – si sia trovato ad affrontare una malattia particolarmente impegnativa come un tumore, o più tumori di diversa natura, osteoartrosi, o detta più familiarmente artite, o ancora, siate stati vittima di un attacco cardiaco, oppure di una broncopneumopatia cronica ostruttiva (chronic obstuctive pulmunary disease), ovvero un’infiammazione cronica di bronchi e polmoni che diminuisce lentamente il fiato, provocando tosse ed espettorato, – o anche tutti e quattro assieme, ma solo se ambite ad essere molto sfortunati – posso darvi una risposta più articolata.

Per approfondire alcuni dettagli possiamo farci aiutare dal Dott. Yi-Wen Chen e dai suoi colleghi dell’University of British Columbia, che in questo articolo hanno esaminato, studiato e sistematizzato i risultati di ben 33 ricerche riguardanti gli effetti della pratica del taiji in quattro situazioni di disagio cronico nell’età adulta.

In questi studi ben 1584 persone hanno praticato taiji per una media di 8 settimane ciascuno, due o tre volte alla settimana per una paio d’ore alla volta e, sia prima che dopo, sono state sottoposte a test per verificare se e come le loro prestazioni fossero migliorate rispetto all’inizio e rispetto ai relativi gruppi di controllo.

In questi studi per “taiji” si intendono in realtà molti “taiji” diversi: il primo in termini di numero di praticanti è lo stile Yang con le sue diverse declinazioni, poi vengono lo stile Sun e lo stile Wu, e per concludere altri stili che non vengono dettagliatamente nominati.

Bisogna ricordare che in questo contesto, data la gravità dei disturbi, la pratica del taiji è affiancata a cure allopatiche tradizionali, di cui diviene un complemento.

I risultati definitivi sono stati ottenuti comparando i risultati parziali di tutte e 33 le ricerche per poi confrontarli, utilizzando 7 parametri di valutazione condivisi dalla maggior parte dei ricercatori, delle cui spiegazioni rimando ai singoli link di seguito.

Il migliore risultato ottenuto, con tutte le patologie rappresentate, è il test della camminata (6 minute walking distance) con un incremento generalizzato delle distanze percorse per tutti i tipi di disturbi. Stessa cosa vale per i test di forza muscolare (knee exstensor) e per quelli sulla qualità della vita, dove il miglioramento è netto in tutte le categorie. Per i tumori i dati sono al momento ancora esigui.

Dopo questi, i risultati più significativi sono stati ottenuti dai pazienti con osteoartrite: oltre ai test precedenti migliora anche il test Get Up and Go, e si registra una significativa remissione dei principali sintomi quali rigidità e dolori cronici alle articolazioni.

Per quanto riguarda i post infartuati si può rilevare una significativa ripresa dell’umore, cioè un calo della depressione, ma pare non vi siano significate variazioni nella pressione sanguigna e nell’ossigenazione del sangue, anche se lo studio precisa che molte difficoltà di valutazione derivano dai pochi dati disponibili.

Nel loro insieme i risultati sono considerati attendibili e correlati alla pratica del taiji con un livello medio-alto di aderenza, cioè con buona probabilità i risultati sono stati ottenuti grazie all’esercizio e non ad altri fattori avvenuti contemporaneamente alle ricerche, il che mi permette di tornare finalmente alla domanda che ha aperto questo articolo e di fornirvi una risposta il più concreta e attendibile possibile.

Innanzi tutto sembra che non solo sia possibile praticare taiji nel caso in cui si manifesti una delle patologie sopra elencate, ma addirittura che il taiji sia consigliabile, prescrivibile e perfino raccomandabile proprio nel caso in cui ci si trovi nella spiacevole condizione di avere diverse malattie croniche in contemporanea, anche sintomatiche.

Anche se il taiji non opererà una vera e propria guarigione ci permetterà di avere una vita migliore, di camminare più speditamente e di avere gambe più salde, di soffrire meno di dolori e, in generale – cosa credo della massima importanza – di diventare maggiormente sereni, socievoli e sicuri di sé.

Dobbiamo ricordare di non pensare alla malattia come ad un ostacolo alla pratica, anzi, bisogna considerare la pratica come un beneficio per i propri disturbi e alla malattia come una nuova condizione con cui la nostra pratica abituale si svilupperà.

Considerato in questa maniera il taiji diverrà un prezioso metodo per migliorare e migliorarsi, fortificandoci in armonia con le nuove condizioni che col trascorre del tempo ci troveremo a vivere.

 

Il mio epistemologo preferito!

Paul K.Feyerabend, i mutata in y per dare un non so ché di esotico, intento alla giusta attività del filosofo: togliere il grasso, l’unto e l’avanzo da dove prima tutti han mangiato.

Il filosofo al lavoro

Il filosofo al lavoro

Autore del classico Contro il metodo, scrive poche settimane prima di morire un’autobiografia, Ammazzando il tempo, che termina direttamente poche ore prima della morte con delle righe tra le più intense che abbia mai letto, per portata, intimità e chiara consapevolezza di cosa di davvero importante si lascia: non il corpo, non il sapere, non il dolore, ma l’amore e il piacere di proseguire nello sguardo potenzialmente infinito della scoperta.

In questa intervista sarà lui stesso a raccontarvi un po’ di cose su scienza ed epistemologia e sulla sua vita, gradita o sgradita che vi sia.

Cantante lirico, ufficiale nelle ss, professore a contratto e grande appassionato d’opera, nella seconda parte di Ammazzando il tempo ci conduce direttamente nella discussione su cosa sia la scienza e come diavolo lavori.ammazzando I ricordi vanno a Contro il metodo, come dice lui stesso diretto “contro la filosofia della scienza che pretende di rendere semplice quanto di complesso è detto dagli scienziati”, ricordandoci che di fronte alla pretesa di unicità del rigore logico dobbiamo tener presente che grandi scoperte sono accumunate a grandi mutamenti storici, a più metodi di ricerca, a ad aspri e violenti litigi fra diversi soggetti, che a vario titolo stanno determinando essi il mutamento nella visione del mondo.

Ci ricorda che quando parliamo di verità dobbiamo sempre usare il plurale, e che mai e poi mai dobbiamo lasciarci appiattire da un’unicità raccontata e spesso imposta, che la scienza è una conquista molto importante, ma anche molto umana e che non può essere considerata scevra dalle imperfezioni, dalle lotte di potere e di favoritismo che riguardano da sempre la storia della comunità degli umani.

Rinunciare a vedere la scienza come un evento culturale complesso e ridurla ad un fattore di verità è rinunciare a vedere la continua capacità di creare di tutti noi, che prosegue in tutte le maniere, con tutte le forze, in tutte le forme e in tutte le condizioni che in questo disgraziato mondo riusciamo a sperimentare.

Contro i materassi

Di puro impeto, ho sempre preferito i divani.

Alle volte la terra, le radici degli alberi.

Oppure di lato, curvandomi come una tartaruga in acqua.

Di certo non mi lascio più ingannare dal raggiro delle comodità, dalla premessa scontata e esecrabile e indiscutibile, del materasso.

Egli nasce comodo e senza alcuna discussione lo rimane, appoggiato sui quattro angoli su una rete o su listelli marchiati di un legno posticcio, danzante fra le molle, ripido tra intarsi o altezzose suppellettili.

É un già dato, un non migliorabile, è l’idea che tu stesso non possa far altro che sdraiartici dritto e cadendone, invariabilmente, nelle braccia di morfeo,

Urla al mondo Io sono la comodità solo Io interpreto con la giusta proporzione il bisogno di stanchezza del tuo corpo. Niente altro nella tua casa è adatto a dormire, i suoi fratelli sfortunati ti frantumeranno la schiena, provocheranno il tuo riposare fino a renderlo inutile e rabbioso, dannoso e incredibilmente vago, irascibile, scomodo, impalpabile.

Solo lui, con la sua memoria, il suo charme. la sua alta ingegneria è creazione al tuo riposo.

Lui e solo lui è quello che si chiama a buona ragione letto. Ogni altro oggetto del creato non è utile a questo scopo, inficia i tuoi nervi, si staglia in un altro orizzonte di senso e, in definitiva, è scomodo.

Ti intriga ti maledice con perversione indolente di mobile – o di altra razza della natura – ti infama.

Che sia di lattice, di schiume al petrolio diversamente composto, di schietta lana cotone o legno triturato non c’è nulla da fare, lui è il re.

Se non ti addormenti li, da nessuna altra parte lo potrai fare. La notte è condannata alle sue mollezze, ai sui respingimenti, agli addolciti spigoli, alle superflue e monoinsacchettate molle.

Le molle poi!

Cosa altro non sono se non il freddo rimbalzo futurista, la proiezione industriale e metallica della forza che noi stessi pavidamente lasciamo cadere assonnati sulla superficie piatta e monotona del rivestimento in lattice?

No, ho sempre preferito esercitarmi, dover sudare il rilassamento con il mio corpo che si piega, si contrae da un parte e sprofonda dall’altra, mentre caparbiamente lo lascio destreggiarsi fra le pieghe sconnesse di un divano, un’amaca, il pavimento di un amico.

Attenzione poi alla moda esotica, parla di futon, ma è solo un minuscolo gioco di macchiaioli per nascondere l’ovvio, che sotto il materasso, di lattice anch’esso, si nasconda invece un turpe letto. Abbandonata è l’idea di gestire un pavimento, di orientarsi con stelle e luna per chiarire dove mettere la porta della stanza, di sforzare un cocco fino a sfinirlo per poi doverlo lavorare cavandone un duro strato da poter distendere e rotolare, disomogeneo sotto schiene rivolte alla ricerca della sua comodità nascosta.

Inutile dirsi che la struttura, il legno sottostante descialba a ogni giorno la nostra capacità di rilassarci.

Guardate il bambino! Come dorme? Dove dorme? Sempre e ovunque dorme, come un pezzo di gelatina si adatta alla spalla del padre, al seno della madre e al gelido carrozzino come al più friabile mattutino gelo sotto una copertina. Non confondete ciò che credete fatica e stanchezza con quello che è il sublime riposare, il bimbo non dorme per inerzia, dorme per volontà, voluttà di disfarsi di un sé tanto inutile quanto inaccomodante, e si lascia alla deriva, noncurante.

Maledetti noi, che soffocati dalla mancanza di pratica di deriva preferiamo i porti conosciuti, i letti tutti uguali – stesse dimensioni stesse proporzioni stessi maledetti angolari – su cui posare inevitabilmente, sempre ugualmente le nostre chiappe, portarci i nostri sogni, privi di interesse per meraviglioso dono dell’abbandono, la soglia non più marcata da nessuna coscienza, in cui la consapevolezza si allontana senza rumore.

Di certo io preferisco essere abbandonato su uno sconnesso divano, arrabattato fra diverse sedie, un pavimento o quando la natura – che purtroppo raramente dona– all’aperto, su un prato, in un bosco e sotto un albero, perfino abbandonato su un masso sotto al sole o alla luna disperante a raggomitolarmi, stendermi e stirami fino a che la magia del movimento non cala e la forza sciama, lasciando solo voglia di osservare la tenue luce dietro le pupille, il dolce calore del respiro che si allontana impercettibilmente dai pensieri consapevoli della giornata, lasciando il corpo disteso come su di un filo ad asciugare e la mente a dare forma al buio, finchè i colori non tornano nell’immaginario che, pursempre vero, chiamiamo sogno.

[Pubblicato su giraffaweb]

Beccatevi l’asteroide terrestri!

Gentili Terrestri,

è finalmente uscito tifiamo asteroide! in realtà #tifiamosteroide è precipitato il 10 agosto, notte di san lorenzo, ma la fase depurativa da sostanze comunicative tossiche è terminata solo pochi giorni fa, il pc è acceso da poco più di sei ore e solo ora ho modo di comunicarvi.

meteorite-cade-in-russia

Il mio contributo è a pagina 395, ma isospettabilmente si trova in compagnia di Prunetti e De Girolamo.

Lo potete scaricare qui: cento racconti, prefazione di Mauro Vanetti e postfazione di wuming.

Leggetelo ora, prima della prossima fine del mondo nel 2021.

Buon atterraggio!

#tifiamoasteroide

[pubblicato su giraffaweb]

Aperto il 6 giugno e chiuso il 16 il contest lanciato da i wuming sul sito maurovanetti.info per dare al nostro governo tutto il sostegno di cui ha bisogno!

Una serie di racconti – un centinaio –  tutti dallo stesso abbacinante finale, saranno raccolti e pubblicati in un istant book a breve.

Tifiamo asteroide è il grido e il titolo di questo lavoro.

La parola a Mauro:

Abbiamo pochi giorni per produrre Tifiamo asteroide, un ebook sulla fine catastrofica e grottesca che auguriamo al governo di larghe intese.

Il finale di tutti i racconti, che devono appartenere almeno parzialmente al genere fantascientifico, sarà il seguente:

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.

Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine.

Dall’enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Qui la pagina dove troverete, in forma di commento, già buona parte dei racconti.

Inutile dire che troverete anche il mio contributo.