Notizia flash! Milano ce la fa!

La testa di un abusivo finalmente al suo posto

E’ proprio di oggi la notizia che anche questa volta Milano ce l’ha fatta!

Dopo le proteste dello scorso anno per un eccesso di bancarelle alla fiera degli oh bej oh bej, antico e presuntuoso concorrente della più pudica fiera dell’artigianato, quest’anno il vice De Corato ce l’ha fatta: finalmente saranno presenti più forze dell’ordine che commercianti!

Si, ebbene, a stare alle dichiarazioni apparse sul corrire della sera, ci saranno ben 700 tra polizzioti, militari, carabineri, lagunari, mentre i commercianti saranno ben 441, da cui 1.59 agenti per bancarella.

Venite anche voi alla festa più  militarizzata d’italia!

Ci si potrebbe chiedere se, come dichiarato dallo stesso De Corato lo scorso anno, i 150 commercianti rimasti senza licenza “saranno presi in considerazione” oppure no.

A quanto pare si in quanto non solo i 150 dello scorso anno, ma anche ne devono averne presi in considerazione almeno altri 150 che non hanno ottenuto nessuna autorizzazione: infatti, “fuori dalle liste degli «accre­ditati », alla fine, sono rimasti oltre 300 ambulanti, 150 in più rispetto all’edizione 2008”.

Ancora un grazie al vice per questo particolare, che  dimostra come la presenza maggioritaria di forze dell’ordine non sia stata frutto del caso, ma sia  invece il risultato di una politica ben precisa presa dal comune per contrastare l’eccesso di presenza di bancarelle, commercianti e cittadini nei lughi pubblici, sopratutto se in quelli, nei secoli precedenti, vi era odor di festa.

[Pubblicato su riflettendo]

Potassa – Alberto Prunetti

[Pubblicato su Riflettendo.it e Yaduende]

Usata per fiammiferi, saponi e esplosivi, la potassa è un agente corrosivo, qualcosa che allarga i suoi confini, blandendo e lacerando quelli altrui. Non è il potente lavorìo dell’acqua, né il suo lento scavare nella roccia, è il deflagrare, l’irrompere e lo squartare, è il gioco, la danza del fuoco.


Se qualcuno volesse farsi un’allegra carrellata fra i poeti briganti e la sbirranza fascista dell’inizio secolo scorso nella Maremma, con qualcuno che racconta storie colorite, che non sono solo archivio, romanzo storico o fouilletton, che abbiamo un tono e un colore, una partecipazione, del sentimento narrativo, della passione, che scorre tra le parole, le incursioni di Alberto fanno al caso suo.

Così conosciamo storie della nostra storia, quelle vecchie fandonie sulle risse d’osteria, sulla rima, sulle pistole e sui nascondigli che non sono da nessuna parte. Io sono di Cascina Gatti e si narrava che mio nonno, ormai nel secolo scorso, assieme ai suoi compari, andasse per le osterie di San Maurizio a tirar su rissa e a rubar donne nelle sere in cui non c’era niente da fare. Quando l’ho conosciuto aveva una moglie, di San Maurizio, che poi era mia nonna, e conosceva una sola medicina per ogni tipo di male, il vino.


Nelle storie variegate e intrecciate che ho letto qui dentro, di cui si può avere una sana anteprima qui, sono molte le cose che mi rimangono in mente, più di tutte il colpo fulmineo della rima:

«Chiaro Mori, “Chiarone”, visse nei boschi, o nei poderi vicino ai boschi di Grosseto, per circa 12 anni, e fu una vera spina nel fianco per le autorità fasciste del grossetano. Duro e armato, Chiaro ama però i balli contadini, i contrasti in rima e la musica e di quando in quando frequenta i poderi dove si tiene qualche festa. Una sera Chiaro si diverte in un ballo in un podere quando viene avvertito dell’arrivo dei carabinieri […] sul pianerottolo si trova dinanzi un brigadiere che gli chiede se c’è nel salone il Mori. Dimostrando spirito e sangue freddo, Mori risponde: “Quando c’ero c’era, ora ‘un c’è più”. Poi aggira il milite, frastornato dalla potenza logica dell’argomentazione, e si dilegua nelle macchie circostanti.»

Le genialità della lotta, il piacere del proprio diritto all’esistenza, alla resistenza è tutta qui, «Quando c’ero c’era, ora ‘un c’è più, parole che fanno ridere, che sanno di sberleffo, ovvie e stupendamente argute, scandite dai suoni vocalici che si intrecciano in uno scioglilingua quasi infantile…poi di colpo un’intuizione: mi metto a contare le sillabe. Sono 10, con un’ultima sillaba accentata: è un endecasillabo tronco.»

L’ arte della fuga è qualcosa di fluido, è la sottrazione al combattimento, ma è una sottrazione ruvida, qualcosa che screpola le mani e punge dritto nell’animo, una boxe dell’ombra che rende voracemente intoccabili, un’arte superba, che torna a ricongiungere la forza senza forma dell’acqua con quella deflagrante del fuoco, è un’alchimia difficile, è qualcosa che assomiglia all’arte del cantastorie, a ciò che si nasconde fra le parole, e ne fa capolino nell’arte accorta e millenaria del voler raccontare.

L’elenco dei testi su Carmilla di Alberto

Il taccuino pubblico di Alberto

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Elezioni europee

[Pubblicato su Riflettendo.it]

A breve si torna a votare per il parlamento europeo e, per chi ne ha bisogno, per i consigli provinciali.

Non sempre è chiaro chi andremo ad eleggere nei nostri collegi, nel caso in cui abbiate un elenco dei condidati della vostra circoscrizione di cui vorreste avere più informazioni potrete verificare su openpolis la loro attività, nonchè controllare quella di chi avete già eletto nella scorsa turnata.

Openpolis è un prodotto wiki, come wikipedia, dunque chiunque può, una volta registrato, aggiornare il profilo del politico che più gli aggrada, sia per sostenerlo che per segnalarne le uscite meno felici.

Il progetto pare sostenuto e piuttosto aggiornato, anche se alcune voci potrebbero essere migliorate, ma nell’insieme è un bel non-luogo dove iteragire.

Nel caso in cui non abbiate idea di come la pensino sulla carta i vari schieramenti di temi rilevanti come immigrazione, laicità e istruzione, potrete farvene una rispondendo alle domande di questo semplice giochino, anche se i partiti di riferimento sono rimasti quelli delle elezioni politiche del 2008.

Buona scelta a tutti!

Wasted

[Pubblicato su Riflettendo.it ]
La guerra al di là degli stereotipi attraverso i ricordi di un pugno di ragazzi israeliani a guardia di una sperduta fortezza durante guerra del Libano del 1982. Attraverso i loro racconti ci immergiamo nella visione della guerra come “noia e terrore”, nell’attesa interminabile della battaglia, immersi in atmosfere rarefatte e surreali che richiamano alla mente il Deserto dei tartari di Dino Buzzati.
Dal sito raidoc3
Ogni tanto mi prende la voglia di un film di guerra, ma uno di quelli spettacolari, pieno di effetti speciali e scene confuse e, dicono, veritiere. E’ un caso strano, perlopiù nasconde semplicemente la voglia di essere trasportato in una narrazione narrazione “>parallela, in un intrico di sensi massaggiati da special effects milionari, lontano dalla visione quotidiana dell’inceneritore e dalle tangenziali dietro casa: parlo di evasione, insomma. Tutto sommato in quei casi è ancora meglio una fuga nel fantastico e nella favola, un Narnia, un Signore degli Anelli, un Guerre Stellari, che con la forza della narrazione e il rapimento delle immagini mi trascinino via dalla sensibilità odierna in uno sforzo di visioni e sensazioni in cui ci si possa immergere godendo della loro stessa improbabilità.
Un paio d’ore, e tutto è finito.
Quando invece sono più interessato a capirne qualcosa fi guerra, e non farmia bbaglaire da un viaggio onirico surreale in qualità inconciliabili, butto via il soldato Ryan e quell’accozzaglia retrò modaiola fatta di onore e difesa della famiglia e mi prparo per uno scontro in coscienza molto più serio e difficoltoso, in cui inceneritori fuori dalla mia finestra paiono direttamente il paradiso.
Ora, in questo documentario non ci sono effetti speciali, ma c’è puzza di merda e psicio tra le parole e in ogni angolo di cemento armato che si intravede, chi scherza lo fa con sguardi folli, e alle volte, la sera, senza ragione, perchè o sguardo di insieme a farne da misero collante, piange.
Oppure chi, con pèoco pathos, e poco tempo, si trova senza più mezzo viso, strappato dalla carne bruciata, lanciato contro le pareti e sui vesti degli amici.
E via, un’altra vedova, un altro altro “>orfano, un altro funerale di Stato.
Chi rimane, e ne rimane rimane “>quel che ne rimane, piange devastato.
Ringrazio un ottimo e generoso Robecchi che lancia dai palchi di doc3 (il giovedì notte per chi è sveglio, per tutti gli altri ad ogni ora visibili in streaming, gratuitamente e legalmente, come dovrebbe essere in una televisione pubblica) un documentario su una battaglia qualunque, in un posto qualunque, in una guerra asimmetrica, in cui non sai chi combatti, ma soprattutto, non sai più per cosa combatti.
Ci si lascia giudare dal regista in viaggio fra le anime di chi la guerra l’ha fatta, consapevole alle volte il terrore è opera nostra, e non un effetto collaterale delle fantasmagoriche storie di un nemico assente e neppure sorto da un qualche genere di maledizione collettiva.
I reduci, qui come nel Vietnam o dopo la seconda guerra guerra “>mondiale, sono stati spesso i principali promotori di azioni pacifiche, di strenue lotte contro la continuazione della guerra e i suoi massacri.
Forse anche oggi imparare ad ascoltare ciò che impossibile da dire ci permetterebbe di far cambiare idea a qualcuno che pareva averla già presa

Se verrà la guerra, Marcondirondero
se verrà la guerra, Marcondirondà
sul mare e sulla terra, Marcondirondera
sul mare e sulla terra chi ci salverà?

Ci salverà il soldato che non la vorrà
ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà.

Altrimenti, come in Afghanistan da oramai otto anni, tra due ore, non sarà affatto tutto finito.

rai doc 3

Ricomincia “I documenti raccontano” presso l’Isec

Dopo il fitto lavoro dello scorso anno, comincia lanche l’edizione 2009 del progetto “I documenti raccontano” presso l’Istituto per la Storia dell’età Contemporanea a Sesto San Giovanni, in Villa Mylius.

Il laboratorio si pone come obbiettivi la scrittura di racconti attraverso l’analisi e l’utilizzo di “veri” documenti d’archivio.

Le storie raccolte sono composte da faldoni e da documenti originali che ne dispiegano la trama essenziale. Certo non tutta una vita può stare rinchiusa in un pezzo di carta, ed ecco allora comparire la possibilità di inserirsi nelle pieghe rimaste vuote, o non narrate dalladocumentaristica ufficiale, per completarla, rinarrarla e renderla ancora una volta più viva che mai.

Storie di antenati, di vita quotidiana, di piccole ingiustizie e di grandi disegni contengono il grande canovaccio dell’umanità intera che si dispiega attraverso i secoli, permettendo a chi ne abbia voglia di inserirsi fra le pieghe delle lettere per decifrarne amori, passioni e desideri, oppure per scoprirne attitudini, progetti e volontà che hanno segnato la nascita della nostracontemporanerità e gli orizzonti del mondo così come oggi lo viviamo.

Gli incontri si muovono tra la lettura dei documenti originali e la loro contestualizzazione, e il confronto fra le trame che se possano ricavare ed elaborare in un secondo momento.

Il laboratorio è stato possilbile grazie alla pazienza di Francesco e di Daniele, che, oltre alla ricerca dei materiali, ci hanno anche sopportato tutti i martedì sera per un anno, o quasi, nei nostri fastidiosi deliri di onnipotenza scrittoria, senza mai abbatterci.

Gli incontri si terranno in Villa Mylius (Largo Lamarmora, Sesto San Giovanni, MI) il martedì sera dalle 18 alle 20 a partire dal 10 Novembre 2009 e sono ad accesso libero, previo avvertimento.

Se site curiosi, molti materiali della scuola sono pubblicati dalla fondazione mondadori, li trovate qui.

ll primo libro edita una serie di racconti scritti da archivisti ed è scricabile in pdf da qui.

Per ulteriori info e contatti: comunicazione@fondazioneisec.it

Flatlandia

[ Pubblicato originariamente su Riflettendo.it]

Alla costituzione di un mondo perfetto deve accompagnarsi la costruzione di una serie di regole perfette.

È questo il dettame di ogni geometria che si rispetti.

Ogni possibilità di deduzione e di successiva costruzione, deve poter essere coerentemente e linearmente tratta dalle precedenti, ogni complessità che ne consegue, è frutto di una ovvietà precedente.

Senza scavare troppo a fondo nel baratro del terzo teorema di Pitagora, scoprendo i lineamenti sinuosi di universi concavi e convessi, dove le parallele sono di tutt’altro significato che non nella nostra piatta e regolare cartografia, dirigiamoci alle porte di un modo assai più modesto, diretto da due uniche dimensioni, il largo e il lungo, e da due sole direzioni, il Nord e il Sud.

In Flatlandia vi sarà impossibile chiedere ad un vostro amico quanto sia alto, visto che di lui conoscerete perfettamente angoli e perimetro, ma ciò che si trova sopra di lui in realtà si troverà solo a nord, solo lungo una delle due vie disponibili, lunghezza o larghezza, nord o sud.

Detto altrimenti, noi, abitanti di Spacelandia godiamo di tre dimensioni con cui misurare le nostre cose, le nostre case, i nostri amici. Sappiamo che siamo alti, larghi e profondi, tanto profondi che alle volte si fa prima a saltarci che a girarci attorno.

Li di Flatlandia si è solo larghi e lunghi, e di saltare non vi è proprio l’idea, visto che di spazio dove saltare non vi è neanche l’ombra. Anzi, di ombre, proprio non ce n’è, non essendoci altezza per produrle.

L’unico modo per conoscere i propri compagni, che qui di sfuggita sappiamo essere quadrati, pentagoni e triangoli o se avete amici di elevata nascita, poligoni regolari di n lati, è tastarli, oppure imparare a riconoscerne il numero dei lati indovinando dalla scarsa luminosità della loro vicinanza quanti e quali lati abbiano.

In Flatlandia la gelida aria geometrica che guida le scelte di vita impone una regolarità senza posa e senza sosta, dove ogni discostamento dalla norma e dalla regolarità, implicita nelle figure geometriche regolari, costa l’eliminazione e la morte di chi ha avuto la sventura di nascere irregolare o di diventarvi per imperizia o eccesso di lascività e di immoralità, altrettanto regolarmente connesse a mancate qualità, strettamente razionali, che società, regola e natura impongono agli abitanti di quei luoghi.

L’eliminazione dell’irregolare, di colui che presenta minime differenze nelle lunghezze dei lati e nelle conseguenti ampiezze degli angoli, è il primo pensiero dei governanti di Flatlandia, spaventati dalla mancanza di regolarità e di sicurezza che ne deriverebbe, poiché Regolarità e Sicurezza, assieme alla Fede nelle regole sono i tre principi che saldamente guidano la comunità e ne determinano le regole di vita.

A custodia di tali regole vi sono le figure più popolari e temute, i cerchi, o meglio, poligoni di n lati, che possono esibirne sino a diecimila, da cui il loro titolo onorifico, e la loro stessa casta, dei preti o sacerdoti a cui tutti debbono fede e obbedienza assoluta.

Al di sopra del loro capo pende, figurativamente, in quanto, in flatlandia non pende nulla, non essendoci altezze da cui far pendere pendagli, e nemmeno spalle su cui metter teste, l’importante  compito del mantenimento delle regole e della gerarchie, in particolare nei confronti delle donne, degli operai e dei soldati, triangoli isosceli tanto acuti da poter uccidere al solo tocco, confinati al gradino più basso ed eliminati per un nonnulla.

Si dia il caso, che tale illuminata civiltà si regga sulla credenza assoluta che lo spazio a due dimensioni sia l’unico spazio possibile, tanto quanto noi, in Spacelandia crediamo fermamente solo in tre dimensioni e una quarta ci riesce ridicola al solo pensiero.

La difesa di tale credenza è continua, sanguinosa e irreprensibile, ogni cosa rimane ferma al suo posto e ogni deviazione viene velocemente e impietosamente corretta con la morte.

Immaginate che un quadrato sfortunato sia stato prescelto da una sfera per visitare il mondo di Spacelandia con tutte e tre le sue dimensioni, e di doverlo poi rivelare e dedurre ai suoi compatrioti di Flatlandia.

Infrangere il dettame del visibile, convincere con il ragionamento che altro, oltre ciò che viene semplicemente percepito dai suoi compagni quadri è possibile, diviene la regola ferrea di questo nuovo quadrato profeta, ricominciare ad utilizzare la geometria come uno strumento per immaginare e scoprire nuovi possibili mondi si scontrerà con la regola sociale altrettanto ferrea di preservare la regola esistente che permette a tutti di vivere una esistenza, è il caso di dire, piana.

Forti delle progressioni geometriche regolari, sappiamo che per molti che passino di qui, almeno uno sarà curioso di sapere cosa il nostro umile quadrato illuminato abbia detto alla sua gente, e di come regole, rette, punti, solidi e piani vivano spensieratamente la loro vita uno nell’ignoranza dell’altro e di come una breccia aperta nel possibile rappresenti una discontinuità del sapere in attesa di un nuovo mondo per divenire realtà.

A proposito di E. A. Abbott

Qui la versione inglese integrale di Flatlandia

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Antididattica

[Riporto il post integrale così come l’ho trovato su carmillaonline, testo di Gaspare De Caro e Roberto De Caro]

Grembiulino.jpgVi sono questioni teoriche, etiche, politiche di apparente complessità, che talvolta si risolvono d’un tratto, come d’incanto. Al riguardo il cronista ha da riferire una storia della cui veridicità si fa garante, una storia che ha l’antico sapore di un apologo.

In questi tempi assassini, è accaduto che in una prima classe di una scuola superiore dell’Appennino tosco-emiliano irrompesse durante l’ora di lezione una bidella munita di foglio. Trattavasi di ordine superno che intimava l’immediato omaggio alle vittime della strage di Kabul, intendendo con ciò i parà della Folgore. Il professore, che è lì per questo, ha invitato gli studenti a osservare un minuto di silenzio, giusta il protocollo. Ci si apprestava dunque alla celebrazione del rito, quando da un banco si è alzata una ragazza e ha detto: «Non sono d’accordo». «E perché?», ha chiesto stupito l’insegnante. «Perché non abbiamo mai osservato un minuto di silenzio per gli altri morti». «Ma questo – ha obiettato il docente – è un attentato terroristico!». «La guerra è terrorismo», ha concluso lapidaria la fanciulla.
L’istruttivo apologo non manca naturalmente di precedenti, e neanche, nell’occasione, di altre espressioni, ma era un po’ che da noi non se ne registrava una versione così cristallina, e tanto meno nell’Appennino tosco-emiliano, terra da tempo ossequiosa e obbediente quant’altre mai.

Pubblicato Settembre 27, 2009 03:27 AM su carmillaonline